Recensioni

Dopo la piacevole rilettura del repertorio in chiave acustica di poco più di un anno fa con Acoustic, Kerr e Burchill tornano agli inediti dando un seguito al riuscito Big Music del 2014. È già un po’ di tempo che, tra antologie, tour in cui suonavano i primi dischi in occasione della ristampa e tour delle antologie, il gruppo si impegna in una celebration (titolo della prima, lontana raccolta) del proprio illustre passato – e non era del tutto estranea a ciò nemmeno l’idea dietro al disco scorso, che ricordava l’epoca e lo stile dei loro anni d’oro.
Il progetto prevedeva due dischi paralleli, Utopia e Nostalgia, poi unificati in questo che oscilla tra i due temi: l’amore per la musica, dalla dichiarazione esistenziale di Magic e Sense Of Wonder alla Barrowland Star dedicata al luogo della loro città natale, Glasgow, che ogni aspirante musicista sogna di raggiungere; e lo sguardo sulla contemporaneità appunto di Utopia e della title track, un invito a camminare tra mondi diversi nel senso di attraversarne i confini – d’altronde il simbolo della white dove è presente nell’iconografia della band fin dagli anni ’80. Abbiamo detto “inediti” e non “materiale nuovo” perché, come spiega la stessa band, buona parte di queste canzoni risalgono alle sessioni di dischi passati, del gruppo o del progetto Lostboy! AKA di Jim Kerr, riprese e rielaborate per l’occasione – anche in questo senso il disco guarda al passato: come memoria e come recupero di materiale. Naturalmente non si sente: il suono di tutto l’album è coerente sia al suo interno sia col resto della loro storia, specie quella da un certo punto in poi, fatta di un elettrorock leggero e vasto (che forse è il modo più appropriato di tradurre il “big” di “big music”) dal quale sono stati rimossi gli eccessi radiofonici di Once Upon A Time e altri, o la brutta chitarra che si sentiva qua e là in Graffiti Soul, come già da un po’ e in particolare su Big Music.
Rinnovato quindi l’organico in senso femminile, con Catherine AD che si aggiunge a Chrissie Ollie (anche se sul disco la batteria è ancora per lo più opera del veterano Mel Gaynor) e a Sarah Brown che erano già su Acoustic, i nostri continuano sulla strada di un suono che è il loro senza grosse avventure, comfort zone per loro e per i fan: può suonare strano per un gruppo nato sperimentando sull’elettronica, ma Michael MacNeil è uscito dal gruppo nel ’90… Magic, che risale al ’95, è un singolo che più tipico non si può, i riff di Summer e The Signal And The Noise (la migliore del disco) alzano la tensione; Barrowland Star era un midtempo strumentale pubblicato nel ’95 come b-side col titolo Celtic Strings, il cui bell’assolo di Burchill sul finale, particolarmente rock rispetto al solito, la faceva ritenere sprecata e degna di maggior attenzione. In Dreams è pop agguerrito mentre Sense Of Discovery cita per più di un aspetto Alive And Kicking.
Più compatto del precedente (8 canzoni, più tre nell’edizione deluxe: Silent Kiss è tra quelle più pop, Angel Underneath My Skin è in linea col disco, mentre la cover di Dirty Old Town, registrata dal vivo, recupera i suoni di Acoustic, per il resto totalmente assenti dall’album), è un disco in cui i Simple Minds fanno il loro, piacevolmente ma senza aggiungere pietre miliari alla carriera.
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