• feb
    01
    2012

Album

One Little Indian

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Iconica perché anomala, la cara Sinead O'Connor. In quel finire di anni Ottanta fu una specie di controparte mistica all'edonistica Madonna, entrambe irriverenti e provocatorie ma l'una (la Ciccone) furbescamente sopra la linea di galleggiamento della blasfemia grazie al salvagente del glamour. Sinead, invece, andò oltre la soglia del rassicurante, ruppe qualche idolo di troppo ed ebbe ben presto a che fare con gli anticorpi del Sistema. Eppure, come dicevamo, quella pelata e quella voce – in perenne cortocircuito tra mortificazione e sensualità, tra fervore e dedizione – fanno parte del patrimonio mnemonico degli attuali ultratrentenni, sono un topos irriducibile malgrado nulla di quanto uscito dopo I Do Not Want What I Haven't Got (1990) abbia segnato l'immaginario pop-rock come i primi due album.

Ovvero: Sinead O'Connor è musicalmente sparita dal giro che conta prima del grande circo dei Novanta. Date pure la colpa al Vaticano o a Frank Sinatra, che è comodo e facile da ricordare. Fatto sta che ce la ritroviamo oggi col nuovo album in studio (il nono) cinque anni dopo il discretamente ignorato Theology che chiudeva i piuttosto anonimi anni Zero della Nostra. Sembra quasi incredibile, ma è proprio lei di nuovo tra noi. Ed incredibilmente ci riprova, più o meno con la calligrafia dei bei tempi, ché tanto questi son giorni di revival e rigurgiti intergenerazionali che tutto ammettono. Quindi, rubricata una 4th And Vine che tenta di depistare con un funky afro – estro Paul Simon e additivi David Byrne – oggettivamente inedito per le sue corde, ecco snodarsi una scaletta che rimette in piedi Suor Bernadette da Dublino come una marionetta baldanzosa e accorata.

Ecco il para-soul luccicoso con aromi fifties di Back Where You Belong, ecco la trepidazione per piano, organo e violino di Reason With Me (come una risposta risoluta e indolenzita alla icastica Nothing Compares To You), poi la vibrazione liturgica tra folk traditional e neo-gospel bjorkiano di V.I.P., l'enfasi U2 ad inalberare la fregola acustica di The Wolf is Getting Married e una Old Lady che sembra voler riprendersi quanto prestato ai Cranberries in merito a riffarama compatto e innodie didascaliche. Ci mancherebbe se mancasse la punzecchiata mangiapreti in una Take Off Your Shoes che paventa trasporto post-wave Peter Gabriel, mentre la fierezza materna trova compimento in quella I Had A Baby persino passabile finché non esplode nella più banale guisa da rock ballad un tanto al chilo.

Detto questo, stupisce la convinzione investita in questo prodotto nient'altro che frutto di malcelate nostalgie tardo Eighties, senza uno straccio d'ipotesi su come atterrare vivo sul presente. Tutto può essere, anche che faccia il botto. Auguri.

9 Febbraio 2012
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