Recensioni

7.1

Cocciute, integerrime fino all’osso, forti di una logica post-femminista monolitica fino al punto da risultare a tratti irritante ai più: le Sleater-Kinney, ormai manifesto vivente del female post-punk come stile di vita, hanno tenuto la loro bandiera bene in vista, issata bene in alto, per dieci anni suonati – in senso letterale.
A distanza di tre anni dal pulito e cerebrale One Beat, il ritorno del trio si chiama The Woods ed è un corpo scenico a tre teste dallo scheletro fondamentalmente immutato. La novità, oltre che nel cambio di etichetta (dalla Kill Rock Stars di Olympia alla Subpop di Seattle) sta tutta nel ricorso a un nuovo vestito sonoro, un abito della domenica messo a punto da un grande sarto come Dave Fridmann (che di recente ha peraltro lavorato all’ultimo disco dei Low), produttore dalla mano abile e capace di apportare modifiche sostanziose e sostanziali anche ai modelli apparentemente più riusciti o completi.

E del resto bene così, perché pare che le tre ragazze desiderassero cambiare: il loro stile teso, miscela precisa al millilitro di pop e (post)punk doveva e voleva, dopo cinque dischi, non solo “rifinirsi”; doveva e voleva prendere una deviazione distinta che nel caso di The Woods finisce nella landa a cielo aperto della psichedelia seventies del pezzo più lungo che abbiano mai scritto, Let’s Call it Love. O, in alternativa, nel parco giochi fugaziano del primo singolo e probabilmente miglior pezzo del disco, una Entertain la cui batteria pesante chiama a raccolta uno spirito polemico che porta quasi il nome del miglior disco dei Gang of Four, manifestando un dissenso presumibilmente anti-Libertines o anti-Franz Ferdinand nelle liriche (1984, oh you’re such a bore recita Corin Tucker). Altrove, per quanto “classicamente Sleater-Kinney” possano suonare pezzi come Wilderness o Modern Girl, che riportano rispettivamente ai tempi di All Hands on The Bad One e Dig Me Out, la qualità distorta impressa dalla produzione ad un sound quanto mai saturo, fanno del sesto disco della band un episodio inequivocabilmente isolato all’interno di una delle discografie più omogenee e, bisogna dirlo, interessanti degli ultimi dieci anni.

Un campanaccio (quello di Rollercoaster) non basta a fare punk-funk e sicuramente un Dave Fridmann non basta a cambiare completamente le coordinate di rotta di quello che ormai è un lungo viaggio, ma scegliere tra tanti produttori molto meno aggressivi un personaggio del suo calibro e della sua fama è indice chiaro di una svolta chiamata, attesa. La qualità di The Woods, che questo non sfugga, è innegabile: dispiace solo che la vera vittima del cambiamento sembra essere stata quella loro capacità unica di scrivere canzoni memorabili come Dig Me Out – canzoni che a distanza di quasi dieci anni ci si trova ancora ad aver voglia di cantare a squarciagola e che qui, quasi tout-court, mancano all’appello.

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