Recensioni

Vent’anni fa usciva il primo omonimo disco degli Slipknot, in pieno boom nu-metal. Quell’esordio (insieme anche al successivo Iowa) è stato un segnaposto per una nuova generazione di metallari. Nel bene e nel male divisivo, “o con noi o contro di noi”, interessante perché traslava tanta della truce teatralità del metal su territori horror/splatter da videogame fine millennio, completamente aliena da quella più teatrale e macchiettistica di Ozzy o degli Iron Maiden. Le famose maschere insanguinate e deformi del gruppo di lì a poco avrebbero coniato uno stile che non ammetteva compromessi, punto di partenza per la carriera di decine d’altre band.
Il cosiddetto nu-metal (scena di cui la band americana ha dichiarato di non far parte) vedeva fra gli originators i Korn (più vicini a un mix di rap e hardcore) e i Deftones (vera e propria meteora di combinazione di generi dark, hard rock, metal e wave: tra tutti, il gruppo che è invecchiato meno col passare del tempo): due punte di diamante che sarebbero state cannibalizzate dopo poco dalle major su un più appetibile sound da classifica (Linkin Park in primis). Gli Slipknot rappresentavano la costola marcia e putrefatta della scena, vicini a estetiche horror e brutal, con maschere ereditate dagli immaginari di Stephen King e trucchi di scena che rimandavano al Libro di sangue di Clive Barker (per queste ed altre considerazioni estetiche si veda l’illuminante articolo di Matteo Grilli, Nu Metal Theory). La loro estremizzazione polarizzante aveva sì un tocco preminente di barocco-horror, ma nella pazzia erano presenti elementi sonori innovativi: campionamenti, batteria e percussioni che rendevano il muro ritmico più compatto, passaggi quasi rappati e una fiera indipendenza che costruiva un micromondo estetico personalissimo, cupo e inevitabilmente misantropo.
Dopo vent’anni hanno ancora senso? La carica innovativa degli esordi è sicuramente scemata, anche se c’è da dire che non abbiamo visto grandi rivoluzioni stilistiche nel metal, dopo il cosiddetto “nu”. Il disco è ben fatto, registrato doverosamente e come al solito contiene assalti di riff di batteria, voci urlate, testi più o meno incazzati. Nel 2019 del gruppo originale resta solo il “clown” Shawn Crahan (il cantante Corey Taylor è entrato dopo Anders Coselfni, che canta nel primo demo Mate. Feed. Kill. Repeat. del 1996), e i numerosi cambi di line-up (ultimi acquisti sono Alessandro Venturella al basso e Jay Weinberg alla batteria) hanno probabilmente modificato l’assetto compositivo, tanto che in questo album sono presenti molti punti melodici (Spiders, Not Long for This World, A Liar’s Funeral, What’s Next, Unsainted) che mostrano come anche per le larve il tempo passi. Gli Slipknot stanno invecchiando, e con loro pure il pubblico degli esordi, che deve pur avere la possibilità di fischiettare i ritornelli in auto con i bambini sul retro.
Meno a punto rispetto agli esordi, poca inventiva e doppia cassa standard, qualche melodia e qualche capello bianco in più. Non si spegne la voglia di costruire un set di canzoni che stia in piedi da solo e non debba niente a nessuno, se non agli stessi Slipknot. Mancano i pezzi con la potenza e la sporcizia iconica di People = Shit (unica candidata, Nero Forte), ma sinceramente ci si aspettava molto di meno, dopo il precedente e imbarazzante .5: The Gray Chapter, vicino alla decadenza. Un disco che piacerà ai fan, di cui non si può dire più di tanto male, perché fruibile anche dall’ascoltatore occasionale di hard rock, ma che non aggiunge molto a quanto già espresso dal gruppo. Qualche passaggio melodico fa presagire una possibile deriva più affine all’horror, che alla lunga non potrebbe che far bene. Per una buona metà, il lavoro si configura però come l’ennesima raccolta “per tirare a campà” e definire cosa inserire nella scaletta del prossimo tour. Interlocutorio.
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