Recensioni

Lindsey Jordan aka Snail Mail ha compiuto 18 anni l’altro ieri e a poco più di 24 ore dall’uscita del suo secondo disco, Lush, sotto l’egida di Matador Records, è già stata consacrata come un talento. Riflettori accesissimi sulla giovanissima indie rocker americana, che già nel 2016 con l’EP Habit (28 minuti di rock collegiale) aveva strappato consensi e stupore. E che oggi sarebbe la nuova leader della nuova generazione indie rock. Scrittura improntata alla self-reflection, spirito slowcore, autenticità, saggezza, piccolo miracolo, la nuova Courtney Barnett, la nuova Liz Phair, insomma: i complimenti e i paragoni si sprecano.
Più interessante della promozione a nuova dea è che il fenomeno Snail Mail, creato dall’hype istantaneo, diventa una cartina tornasole del senso che possono avere (o che non hanno) oggi certe operazioni musicali fatte al limite dell’anacronismo, del “già sentito che piace sempre” che soddisfa i bisogni primari dell’ascoltatore medio, in particolare di quello che ha nostalgia degli anni Novanta. Conoscete una forma di nostalgia canaglia più forte di quella degli anni Novanta intesi come grandiosa età dell’oro? I nineties sono un bacino inesauribile di suoni, attitudini e stili evidentemente ancora spendibili, come dimostra il caso di Lindsey Jordan, che è nata nel 1999 ed è quindi una ascoltatrice dell’indie rock dei 90 di seconda generazione: non lo ha vissuto direttamente, ma ne ha ascoltato tanto, a ritroso. Lo ha assimilato con la sua sensibilità. Da lì ha tirato fuori un mix ammaliante tra scrittura introspettiva e old school beauty: una formula che, se congegnata bene, attecchisce ancora parecchio in certi animi. Lush è, dalla prima all’ultima traccia, un’operazione di recupero semplice e cristallina di una parte dei nineties suonati da una ragazzina che imbraccia una Fender nel 2018 e canta della sua post adolescenza: «I can be anyone», canta Snail Mail nel video di Pristine, con vena romantica e mentre mostra il dito medio. Grintosa e spigliata in Heat Wave, intensa e accorata in Deep Sea e Anytime, le due tracce lente che chiudono un disco che scorre veloce e indolore.
Gridare al capolavoro non è proprio la prima cosa che viene spontaneo fare. La maturità è ancora lontana. Talentuosa? Certo, come può esserlo una brava musicista con una bella voce. Icona? Forse troppo presto per darle questo peso, il rischio è quello di amplificare sull’onda del momento un disco che regge, nel complesso, se ben contestualizzato, ma che non ha picchi di genialità. Senza nulla togliere, ma è bene anche non aggiungere nulla più di quello che effettivamente è: qualcosa che ci ricorda qualcos’altro che ci è piaciuto e magari continua ancora a piacerci.
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