Live Report

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All’uscita del Parco Massari il confronto tra il concerto della giovanissima Anja Franziska Plaschg con quello straordinario di Bon Iver, di un giorno precedente, pareva quasi obbligato: ieri è stato bellissimo, ma stasera c’era qualcosa che…

E quel qualcosa è stato un raro e preziosissimo senso di verità. Un’alchimia che ha avvicinato pubblico e artista, quasi fino a una sovrapposizione che è catarsi ed empatia, malia e suggestione. Qui sta il senso profondo del fare e ricevere musica. È un incontro dello spirito e dell’intelletto. Qui sta il motivo della musica dal vivo. Non il rivivere, ma il vivere qui e ora. La pienezza del momento stesso in cui si consuma l’esperienza. Una coincidenza fortuita. Quasi magica.

E con Soap & Skin effettivamente ci poteva stare. Il piano a coda sul piccolo palco, illuminato da un fascio di luce. Davanti, il pubblico seduto sull’erba. Poi qualcuno si alza in piedi, ma no, non avrebbe funzionato, e allora una specie di moto spinge gli astanti a richiamare quella che si rivelerà condizione essenziale alla riuscita totale del concerto: tutti giù per terra, e religioso silenzio.

La base di Deathmental irrompe fragorosa sul palco ancora vuoto. La ragazza si presenta poi, timida ed elettrica al contempo, poggiando la voce leggermente increspata sulle ritmiche nervose e possenti. Sedendosi al piano per Cradle Song il mood cambia completamente e la personalità dell’artista va definendosi, spargendosi verso la platea. Passando tra i capitoli della piccola grande discografia, si gode dell’alternarsi tra l’eleganza del primo Lovetune for Vacuum e gli abissi elettronici del recente Narrow.

L’approccio è fragile, naturale, imprevedibile, qualche volta impacciato, mai calcolato, anche nelle piccole stranezze che via via si succedono, anche in quel mezzo malore, nell’ammissione di una confusione che le impedisce per un attimo di pensare, fino alla preoccupazione per il terremoto, a un commosso e ingenuo “spero che stiate tutti bene”. Accanto a lei, la presenza impalpabile, quasi fantasmatica di un’altra ragazza, bravissima nei complessi controcanti. Piano, laptop e voce.

Una prima metà più posata, romantica, colta e riflessiva. Poi il guizzo sui brani più concitati, tra avant-pop ed electro-gothic. Si alza, abbandona lo strumento per lanciarsi in una danza scomposta ma perfettamente “dentro”. introspettiva eppure a nudo, come quando ricorda la morte del padre, lo stesso giorno di tre anni prima. Come quando saluta la madre presente tra il pubblico, suscitando tenerezza.

Il risultato bissa di alcune lunghezze le sensazioni dell’ascolto differito. Bello Bon Iver, bellissimo – si riflette all’uscita. Ma questo è esattamente ciò che dovrebbe essere un concerto.

23 Luglio 2012
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