Recensioni

Come nei precedenti lungometraggi di Sofia Coppola, anche Marie Antoinette esplora un punto di vista squisitamente femminile, raccontando un frammento di vita che deve fare i conti con le sue complesse dinamiche. Rileggendo la sua filmografia, si nota come la regista esplori tematiche simili, approfondendo ogni volta nuovi aspetti della solitudine e dell’alienazione, spesso amplificati da contesti culturali e sociali distinti. Nei suoi film precedenti, Il giardino delle vergini suicide racconta la storia delle cinque sorelle Lisbon, vissute in una famiglia estremamente protettiva e repressiva, e come il loro isolamento e le difficoltà a comunicare con l’esterno le portano a un tragico destino. Lost In Translation, invece, narra di due personaggi che si trovano a Tokyo e si sentono entrambi isolati e disconnessi: Bob Harris, un attore in declino, e Charlotte, una giovane donna che si sente sola e senza punti di riferimento in una cultura giapponese che amplifica la sua solitudine esistenziale. Mentre la cultura giapponese è un contesto importante, il cuore della storia riguarda la ricerca di connessione e significato emotivo di entrambi i protagonisti.
Marie Antoinette propone la vicenda di una ragazza che a soli quattordici anni ha già il destino segnato: per ragioni più grandi di lei, dovrà abbandonare l’Austria, spogliarsi di tutto, entrare in Francia, diventare regina e sottomettersi alle assurdità della vita di corte. Per questo, non è del tutto azzardato definire il film Lost in Versailles: forse solo così si può comprendere meglio sia la pellicola che il metodo di lavoro della regista.
A guardare bene, sembra che Sofia Coppola abbia condensato e reso più complessi temi e suggestioni che erano già presenti nei suoi lavori precedenti: il tema della famiglia come luogo chiuso e senza uscita (in questo caso quello della famiglia reale) e quello dell’approdo in una cultura nuova, aliena e sofisticata. Se nei suoi film precedenti le protagoniste si perdevano al solo contatto con una di queste due realtà, qui è come se Maria Antonietta si perdesse due volte, senza la speranza di addolcire gli eventi (come accadeva nell’happy end di Lost In Translation) e trovare una posizione duratura nel mondo.
Il simbolo di tutto questo è proprio la reggia di Versailles. Un simbolo senza pari, che in un solo istante rappresenta la gabbia dorata in cui la famiglia reale si auto-reclude e il picco di eleganza e sofisticazione di una cultura. Se osservate attentamente, nel film troverete non uno, ma due protagonisti: la regina e Versailles. Sofia Coppola è molto attenta a bilanciare i piani, facendo in modo che la visibilità della reggia e quella della regina siano in equilibrio perfetto. Per tutto il film sembra che i due si sfidino: si attraggono e si respingono continuamente. Maria Antonietta lotta, ma alla fine cede alle lusinghe di Versailles – c’è una scena toccante, nella seconda parte del film, in cui è difficile separare la figura della regina da quella della carta da parati della reggia. È proprio in quel momento che comincia la sua fine, quando, dopo un lungo errare e perdersi, la regina cerca una posizione netta e definitiva nel mondo.
Le protagoniste di Sofia Coppola sono sempre personaggi vulnerabili, messe sotto scacco dalle appartenenze sociali e familiari. E questo film, nel 2006, dice più di qualsiasi trattato di sociologia.
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