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La gente ha paura di buttarsi nel traffico delle autostrade a Los Angeles“.

Così comincia il generazionale e necessario Meno di zero (Less Than Zero, 1985) di Bret Easton Ellis e in questa frase sta riassunto tutto il nuovo e meraviglioso film di Sofia Coppola vincitore del Leone d’oro alla 67’ Mostra del Cinema di Venezia.

Los Angeles. Oggi. L’attore Johnny Marco, un vacuo e assente Stephen Dorff, si sveglia un giorno scoprendo di doversi prendere cura della piccola Cleo, la meravigliosa Elle Fanning, sua figlia. Tutto cambia, si muove.

Proseguendo nel parallelo con Ellis, recuperando un altro tassello fondamentale della sua opera, si passerà ad Acqua dal Sole (The Informers, 2006), la raccolta di racconti brevi ambientati a Los Angeles e vi si troveranno elementi di straordinaria assonanza con il plot del film della Coppola e, molto meno banalmente, con i modi in cui questo è narrato. Ci si muove senza ombra lungo Sunset Boulevard – sempre in questi frangenti fa capolino l’intro digitale di Love Like Sunset dei Phoenix – rimandando al tramonto il compito necessario e sperato di chiudere presto e senza troppi danni un altro giorno inutile a L.A, rifugiandosi allo Chateau Marmont, la porta dell’inferno. Ripete se stesso Marco, allo stremo: beve, fuma e cerca compagnie femminili o, meglio, ci prova perché spesso dorme annoiato quasi fosse non lì, altrove. Anche l’incontro del protagonista con Benicio Del Toro, in ascensore, ricorda quello tra Patrick Bateman e Tom Cruise in American Psyco (id., 1991) di Ellis, confermando un parallelismo simbolico importante.

Coppola usa il tempo e con l’attesa, elementi che solo i registi maturi sanno manipolare senza intoppi, e confeziona un perfetto gioco di andate e ritorni, partenze e arrivi. Campi ampi e sicuri, citazioni iconografiche dei grandi maestri che hanno raccontato L.A. e i suoi dintorni, su tutti il Wim Wenders de Lo stato delle cose (Der Stand der Dinge, 1982), padronanza del mezzo tecnico, tempi scelti, delicati e dedicati, fanno capire a chi conosce l’opera di questa regista che lei è cresciuta, finalmente.

Sofia Coppola si affranca dal suo tipico sguardo posto all’altezza di una giovane ragazza in cerca di definizione, di conferma, di approvazione. Diventa genitore e quindi, per statuto, fallabile e ingiusto, mai presente e comunque sempre in torto. Marco è Sofia Coppola, perso nel cinema e nel suo ruolo incerto e traballante, suo marito è il leader dei Phoenix, Thomas Mars. Le loro piccole sono affidate ai nonni, al padre Francis sulle colline francesi. La regista si pone nel mezzo. Alla sua sinistra sta suo padre e le sue assenze, i distacchi e, in un certo qual modo, i primi tre film da figlia d’arte. Alla sua destra stanno le piccole figlie, le assenze alle quali sono costrette, le Long distance Calls, per dirla con un’altra canzone della band del marito. A sigillo di tale dolorosa ma necessaria posizione, di tale autobiografismo, sta la sgradevole sequenza italiana, ricordo personale di un Telegatto consegnato al padre negli anni ’90. Altra prova sono la maternità di soggetto e sceneggiatura e la scelta di utilizzare le ottiche Zeiss usate dal padre per Rusty il selvaggio del 1983 (Rumble Fish).

Somewhere è un modo per dire agli affetti più cari che andrà tutto bene se solo si scappa da Los Angeles all’alba, come Marco nel finale incerto del film. Sta qui la forza struggente di un film lento e composto, preciso e lineare: nella straordinaria sincerità priva finalmente della patina mondana e glitterata di film precedenti o di altri scritti di Bret Easton Ellis.

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