Recensioni

Chi rimettesse oggi all’indietro le lancette della macchina del tempo e ripiombasse di botto nel 1981 di Land Of Cockayne, direbbe: i Soft Machine, gloriosa nonché inventiva macchina jazz-prog canterburiana, sono arrivati al capolinea. E lo direbbe per un ben preciso motivo: LoC, che dei membri delle passate formazioni conservava il solo chitarrista ex-Nucleus Holdsworth, era quel che, usando un eufemismo, potremmo definire… un album di m*r*a. Era orrendo a tal punto, quel vinilozzo, che sembrava davvero una parodia di quart’ordine delle scintillanti partiture sciorinate dal combo in LP mitici tipo Third (del 1970) e Fourth (del 1971). Ovviamente, la paccottaglia postrema della band che rubò il nome a uno dei romanzi più sperimentali (anche perché adotta una tecnica per nulla facile da padroneggiare come il cut-up letterario) dello scrittore statunitense William S. Burroughs, non era nemmeno lontanamente paragonale ai fasti visionari dada-patafisici dei primissimi Soft Machine (che, ricordiamolo sempre, nel disco omonimo del ’68 e nel successivo Volume 2, con la mitica formazione comprendente Wyatt, Ratledge, Ayers – nel primo LP c’è, nell’altro no – e Hopper, furono capaci di coniare un idioma sonoro a metà fra psichedelia sessantasettina e patafisica doc).
Hidden Details, se non teniamo conto (e non ci sogniamo certo di farlo) dell’esperienza dei posticci Soft Machine Legacy, è il primo vero disco dei mitici eroi canterburiani sin dai tempi di LoC. E questa, di per sé, è già una buona notizia. Ma poi ce n’è un’altra che forse è anche meglio, ossia che la formazione di HD è composta per ¾ dai musicisti che pubblicarono il discreto Softs nel giugno 1976; dunque sono della partita John Etheridge, Roy Babbington e John Marshall, assieme allo straordinario sassofonista Theo Travis (già con Robert Fripp, David Gilmour, Gong). Ora, passiamo al disco, e prepariamoci a godere di molto; perché HD è senza ombra di dubbio un ritorno alla miglior forma per lo storico nome, che si cimenta (senza peraltro risparmiarsi) nell’esecuzione di ben 14 pezzi (incluse le re-interpretazioni di due grandi classici estratti rispettivamente da Third e Bundles).
A cinquant’anni esatti dal loro esordio, i Soft Machine sono nati a nuova vita e oggi suonano coinvolgenti e ipnotici come nei loro momenti migliori. Basterebbe ascoltare (e semmai anche riascoltare, e persino ri-riascoltare) le varie Hidden Details, Life On Bridges, Ground Lift o Fourteen Hour Dream, per capire al volo che i nostri eroi hanno ripreso il discorso là dove tanti anni prima s’era interrotto: ovvero da quel misto di psichedelia, free-jazz, jazz modale, improvvisazione, più qualche scampolo ambient e fusion, che qui si esprime con un’inventiva e una forza che ormai davamo per disperse. Il disco è dunque una piacevole sorpresa, e offre lo spunto a tutti i neofiti per il sacrosanto recupero di tutti i capolavori del gruppo che ha segnato la storia del rock agli esordi, coi suoi numeri stralunati e irriverenti, e subito dopo, inventando la formula magica che mescidava il jazz-rock di Miles Davis alla perizia strumentale pirotecnica dei migliori campioni dell’ultra-fusion di stampo Seventies.
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