Recensioni

6.3

Dopo il grande successo dell’album Civil War (sotto la ragione sociale di Matmos con Martin C. Schmidt) Drew Daniel, presosi una pausa dal suo Ph.D. all’università di Berkeley, indossa nuovamente il boa di struzzo rosa per sfoderare un album a nome Soft Pink Truth.

L’idea è interessante: reinterpretare alcune chicche dell’hardcore e del punk in chiave (hard) electro-pop esaltandone le declamazioni. Rispetto al precedente Do You Party? i sapori sono maggiormente anni ’80 e ritmi più serrati, minori gli interventi “frullatore” (quello che hanno reso famosa la scuola di S. Francisco Kid, Lesser, Blevin e gli stessi Matmos…), a tutto vantaggio delle numerose sincopi di basso e delle innumerevoli modulazioni delle frequenze più profonde (leggi alla voce Roland 303).

Tra gli ospiti del disco, vecchie conoscenze e amicizie come Dani Siciliano, Blevin Blectum (a prestare l’ugola nella buonissima Confession dei Nervous Gender – Marylin Manson in un club techno di Bruxelles con un pizzico d’ironia -, e nella scarsina I Owe It To the Girls di Teddy & The Frat Girls), Vickie Bennet (a cantare la cover Do They Owe Us A Livin? dei Crass, uno dei brani migliori che tuttavia ruba spudorato il riff di Flat Beat di Mr Oizo – ricordate la pubblicità della Levis con il pupazzo giallo?) e Jeremy Scott (a cimentarsi nel gotico medley di Media Friend e Vampire State Building dei Rudimentary Peni); Drew Daniel in persona declama infine nella mesta Kitchen di L.Voag degli Homosexuals (con spruzzi di cowbells amati dai DFA). Sufficienti infine Out of step dei Minor Threat – liquami acidi e interventi chic – e Real Shocks dei Swell Maps con basi P-Funk – dub giamaicano e voci circolari -.

Anche questa volta la critica si è sbizzarrita nelle definizioni e, tra le tante, quella di Time Out è stata sicuramente la più divertente. La popolare rivista ha definito quest’album “Voguing past dark-core, Studio 54-style disco, filtered house, robo-funk and twitchy two-step on his way to radical real-deal cool”. Dietro a tutte queste etichette si nasconde un prodotto un po’ autoreferenziale (non tutti i brani sono come l’ottima cover Do They Owe Us A Livin?) ma godibile e, a quel che dicono i dj, anche ballabile per cui…

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