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Viene dall'Islanda l'ultima chanteuse in bilico tra bucoliche visioni e intimismo da educanda tardo-adolescente. Il suo canto è delicato, figlio di una voce che fino a qualche anno fa non considerava nemmeno degno di essere ascoltata da qualcuno. Invece in casa Morr c'è spazio per questo brutto anatroccolo che si scopre cigno capace di spiegare le ali dalle pianure di terra lavica della sua terra natale.

Per sua fortuna non c'è molto degli act islandesi più noti, e Soley sembra aver scelto una via più personale con l'inglese piuttosto che una lingua inventata o l'idioma madre. Per sua sfortuna il risultato finale è quello dell'ennesima ragazzina che guarda fuori dalla finestra, magari una finestra grande come il mondo, ma pur sempre la finestra di una cameretta di qualcuno intento a guardarsi l'ombelico mentre suona il pianoforte. La base delle canzoni su questo strumento, unito alla voce sottile, la fa assomigliare a una Tori Amos con il freno a mano tirato.

Il gioco funziona discretamente quando gioca sui bozzetti con la luce radente del tramonto (The Sun Is Going Down I e II) o con la calligrafia del folk-pop (Smashed Birds). Quel che rimane è solo una Pretty Face che non convince del tutto, pur senza scadere malamente.

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