Recensioni

Come il corpo entra in gloria, si grammaticalizza e diviene danza, il suono manipolato dai Solki vive in un inferno-paradiso, dove il rischio d’impresa è il rischio di verità, dove ciascuno nasce nel mito per rinascere nel linguaggio. Se nei primi lavori – sia come Baby Blue (poi Blue Willa) che come Solki – prevaleva l’inquietudine di mostrarsi, oggi un’irresistibile attrazione verso l’equilibrio ha il sopravvento; così, dopo aver attraversato senza sosta l’universo di suoni controversi e aver goduto dell’incombente mistero delle storie di Peacock Eyes, scatta l’ammirazione, l’innamoramento puro, in un il gioco di contrasti tra divertimento e disperazione, eccitazione e paura, che le situazioni raccontate suggeriscono. I testi, potenti e atipici sanno di apocalittico, di inesorabilità, talvolta di innocenza. Nell’universo che condanna gli essere umani all’amministrazione dell’amore, il rischio musicale della band pratese stravolge le carte, in nome di una nuova, centratissima, identità. Come istituire tuttavia la novità sulla pelle di giovani innovatori? In una sorta di rinascimento punk, i Solki riescono finalmente a inquadrare il carattere rivoluzionario del fare musica, lontani dall’accademia, dalla curia, dalla corte, dagli esperimenti (troppo) concettuali, in nome dell’anomalo, dell’inconsueto.
Dopo l’esordio Sleeper Grele, risalente all’ottobre 2014, il trio composto da Serena Altavilla (voce, chitarra), Lorenzo Maffucci (chitarra) e Alessandro Gambassi (batteria, synth), si avvale oggi della produzione rurale di Alessandro Fiori, mago delle registrazioni in presa diretta che hanno conferito al disco una spinta vitale e terragna. In questo nuovo album c’è il varco alla peste quale logica particolare, quale inconscio, al terremoto, alla metafora del tempo, all’impossibilità che il cielo sia celeste e che le istituzioni siano divine. Peacock Eyes è una piccola bestemmia di fronte alla gloriosa bellezza di un pavone che fa la ruota. Nelle cadenze dissuasive di Puddle un metallo morbido sgorga dalla batteria scarnificata, in un contrasto bestiale e bellissimo tra l’incedere febbrile della chitarra e la voce spettrale di Serena Altavilla, sempre più sacerdotessa di un rituale ipnotico per santi e peccatori. Si concentra nelle urla tribali di Fuck Youth – un arrivederci vomitato ai vent’anni – la furia punk di un passo a due tagliente fra cantato e batteria, fino a scivolare nella carezza accaldata della title track, per un vortice di ritornelli ansimanti e cassa dritta. Le ritmiche avvolgenti incontrano ore le sinuosità pixiane (In A Bounce), ora lidi selvaggiamente pop (Empty Bag Jellyfish, coi suoi synth nordici donati da Alessandro Fiori), senza cedere mai il fianco a soluzioni banali, perché no, stavolta non sono esattamente i Solki che ti aspetti.
Se la Altavilla si riconferma una contorsionista della voce, una circense del cantato più accusatorio e allucinato, passando con estrema eleganza dagli strepiti convulsi allo spoken word più lussurioso (nelle densità di Wriggled Arms, uno dei pezzi più belli del disco, se ne ha la prova), l’impatto strumentale della band risulta più morbido, sebbene mantenga un’attitudine selvaggiamente grezza ed elettrica. Con Jealous Girl – in cui la Altavilla ricorda una Patti Smith che declama Brecht sul nostalgico, quasi kletzmer, violino di Alessandro Fiori – e Little Planner si chiude in modo inappuntabile un disco imponente, che è anche un cerimoniale comunicativo per un (nuovo) mondo punk. Nelle memorie oniriche dei suoi testi, suggestive e belle proprie perché incomprensibili, nelle sensazioni, negli umori che contraddistinguono i nove brani, Peacock Eyes cade tra due polarità – pericoloso, oscuro e intenso, e bello, dolorante e romantico – a volte anche all’interno della stessa canzone; c’è una nostalgia malinconica che profuma di adolescenza, rimuginando ricordi, mentre le percussioni si arrabbiano e ribollono urlando tendini e muscoli.
Davanti al disco della band pratese diciamo basta al dream-pop cotonato, in nome del dream-punk: è una cacofonia stroboscopica, è strepitante shoegaze oscuro e drammatico con le chitarre tese verso l’infinito. Il secondo lavoro dei Solki, incentrato sulla vanità e sull’abbaglio che essa cerca e determina, sceglie un afflato sognante, sensuale e guidato da melodie sferzanti che si nascondono sotto un fitto tessuto di dissonanze, per nove brani bisognosi di attenzione, padri di storie e protagonisti titubanti. Di ossessioni, gelosie, buste vuote che sembrano meduse – metafore di un’incomprensione fra persone, quando la trasparenza cioè non basta a vedere oltre. Di tutto questo e molto altro è fatto Peacock Eyes: come in una fiera delle vanità sottosopra, i Solki si vestono da anti-eroi di un rinascimento punk, in un disco sì fastoso, ma mai monotono o ordinario, invasi da una forza letargica e febbrile le cui lancette segnano sempre la mezzanotte.
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