Recensioni

That’s All There Is, il sesto brano in scaletta, riporta tutto a casa: tre minuti di affresco pop con tocchi 80s (Prefab Sprout, soprattutto, ma non solo), synth in dreamy mode e una leggerezza fresca, palpabile, che manda tutto in cielo. E, vista la carriera che il norvegese giunto al nono album ha ormai alle spalle, sappiamo che brani così ne può scrivere a getto continuo, senza quasi doverci pensare sopra. Lo stesso vale per una costruzione come quella della title track posta in apertura, che si propone di crescere come un altro confetto pop perfetto, prima di infrangersi in uno spoken word introspettivo, inusitato, in cui Lerche si domanda di fatto che posto occupi nel music biz.
Il problema è che non sappiamo rispondere nemmeno noi, che lo abbiamo seguito fin dagli esordi senza riuscire mai a capire fino in fondo di che pasta fosse fatto. Se vuole fare un brano da camera che flirta con il musical, ecco pronta Put The Camera Down. Il brano classico Tin Pan Alley jazzato? Why Did I Write The Book Of Love. Il crooning androgino in levare? Are We Alone Now, voilà. Tutto con una facilità (apparentemente) disarmante. Giocare con gli stereotipi dell’Elton John degli anni Settanta? Ne esce un I Can’t See Myself Without You. Eppure, anche in questo Patience niente sembra avere abbastanza presa per emergere e fare presa nella memoria di chi ascolta. Un gattino che non riesce del tutto a tirare fuori le unghie, nemmeno questa volta.
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