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Già la data lasciava presagire qualcosa di magico, con tutti i riferimenti escatologici e/o cabalistici del caso, ma la convergenza di due enormi pezzi di storia ci ha lasciati esterrefatti. In primis, la Storia con la S maiuscola ossia quella della location: il teatro romano di Ostia antica. L’altra, anch’essa da S maiuscola, è quella del gruppo che più di ogni altro ha saputo codificare un genere lungo un trentennio di rispettabile carriera. Mai scelta fu più giusta, verrebbe da dire, tanto da farci sentire all’incrocio della storia, partecipi di quello che a tutti gli effetti si presenta come un evento difficilmente ripetibile.

L’anfiteatro romano evoca suggestioni antiche; il percorso per raggiungere il luogo è un viaggio a ritroso nel tempo tra scavi e resti di antichi trionfi mai come stasera silenti testimoni della Storia. Ma l’impressione è quella di andare doppiamente indietro nel tempo: per migliaia di anni, attraverso i ruderi romani, e per almeno un ventennio verso quel monolite di storia della musica che fu Daydream Nation. Pezzo di storia sul serio, tanto da meritarsi l’ingresso ufficiale nella National Recording Registry, la sezione musicale della Library of Congress.

Dà principio alla serata il trio padrone di casa. Sono le 21 in punto e proprio per fare gli onori di casa, come ogni bravo ospite farebbe, gli ostiensi Zu sparano una risicata mezzora di furibondi assalti jazz-core. Come altro definire la musica del benemerito trio Mai-Pupillo-Battaglia? Ad accompagnarci verso l’evento il tramonto rosato, la lieve brezza marina, i resti del colonnato romano… e le sfuriate al limite del noise dei tre. Cosa chiedere di più dalla vita? Gli Zu ormai non sono solo un gruppo rock, ma una rodata macchina da guerra sonora e non mi meraviglierei se qualche antico guerriero romano fosse stato risvegliato dagli assalti dei tre.

Neanche una mezz’ora di attesa e quattro nerds di 50 anni entrano sul palco. Alla nostra destra Moore in camicia e capelli bianchi saltella come un bambino in gita premio; al centro Kim Gordon intubata in un vestitino bianco più da Dolce Vita che da concerto rock; all’altro lato del palco Lee Ranaldo che al massimo della nerditudine scatta foto al pubblico! L’unico con le phisique du role della rockstar distaccata e fredda è Shelley che si dirige silenzioso e pacioso verso quel drum-kit che non smetterà di percuotere come un ossesso per le successive due ore.

L’attacco è di quelli da infarto per chi ha consumato la copia in vinile di Daydream Nation: l’arpeggio di Teenage Riot è una chiamata alle armi cui rispondono tutti i fan sul prato, mentre i quattro sembrano viaggiare all’unisono, quasi fossero un solo musicista che tocca un solo strumento. Come dire, l’affiatamento pluridecennale c’è e si vede. Subito dopo il tran tran del consueto cambio di chitarre (e chi conosce i sonici non avrà bisogno di spiegazioni) attacca Silver Rocket e il proverbiale ghiaccio è rotto. Di lì in poi scorrono tutti i pezzi dell’album secondo la scaletta originale con i quattro a rispettare tempi e coordinate, limitandosi ad aggiungere qualche coda un po’ più rumorosa o qualche lieve deviazione dal canovaccio. Non è da concerti di questo tipo che bisogna aspettarsi delle sorprese, ma la bellezza metronomica e la capacità filologica dei quattro ci sorprende alquanto. Ogni suono, ogni passaggio di Daydream Nation è rivisitato perfettamente, con l’aggiunta di un impianto imponente e di una acustica pressoché perfetta. Così pezzi epocali come Eric’s Trip, Hey Joni, Candle o la lunga cavalcata di ’Cross The Breeze mantengono intatta la loro forza grazie anche all’amplificazione vintage che, secondo l’occhio clinico di un mio compagno d’avventura, potrebbe essere quella dell’epoca delle registrazioni. A pensarci bene, ciò non stupisce affatto; sarebbe l’ennesima dimostrazione che in questa calda serata romana il tempo si è realmente fermato.

Ultima nota di merito per i visuals che col loro stendersi sul colonnato romano che fa da sfondo naturale all’esibizione dei quattro donano ulteriore suggestione all’insieme. Le due ore di concerto, comprensive di mezzora di bis, tris, ecc. estratti dall’ultimo Rather Ripped e tutto sommato inutili e fuori luogo, scivolano via magicamente confermando la sensazione iniziale: quella di aver assistito ad un evento irripetibile.

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