Recensioni

7.1

Ripartiti da quattro dopo l’abbandono di Jim O’Rourke, i Sonic Youth
approdano al quattordicesimo album in studio che, senza troppi giri di
parole, è il loro lavoro più diretto, semplice e pop di sempre.

Una
realtà che, nell’incessante girandola di attività dei Nostri (un tour
de force che definire stacanovista sarebbe eufemistico, tanto che,
anche da parte di certa critica, sono sempre più frequenti crisi di
rigetto per sovraesposizione), rischia di passare inosservata. A torto,
perché se qualcuno volesse cercare una sorta di evoluzione nel percorso
artistico dei Sonic Youth (per quanto questo concetto possa avere un
senso), dovrebbe partire da Rather Ripped. Mentre lo scorso Sonic Nurse macinava gli elementi base costitutivi del sonic sound in un frullatore post-moderno, stavolta si parte proprio dalla canzone, dalla melodia, similmente a quanto già fatto in Murray Street,
ma lasciando qui in secondo piano stratificazioni sonore e
arrangiamenti complessi, riducendo il noise da elemento base a puro
contorno. A pensarci, una sorta di rivoluzione copernicana (almeno
sulla carta), che nei fatti si traduce in un songwriting  vicino più al
cantautorato che alla wave (vedi Do You Believe In Rapture?, che pare uscita dalla penna del Neil Youngpiù romantico) e nell’impiego – ostentato e non casuale – di elementi
base del rock classico come backing vocals, progressioni armoniche
convenzionali, riff (la stooges-iana Sleepin’ Around) e addirittura in qualche caso assoli (per certi versi, delle novità assolute nel repertorio della band).

L’uno-due iniziale Reena e Incineratenon lascia scampo, spandendo particelle di un college pop
sorprendentemente maturo ed orecchiabile, spogliato com’è delle
asprezze punky del passato (quelle di Dirty o Experimental Jet Set, Trash And No Star), così come Turquoise Boy, The Neutral, Or e Lights Out,
tutte giocate sulla leggerezza delle melodie e le sospensioni piuttosto
che sull’impatto sonoro; beninteso, il sound resta pur sempre
inconfondibile, e l’alone di già sentito è di conseguenza inevitabile (Jam Runs Free e What A Waste potrebbero stare su Dirty, Pink Steam su A Thousand Leaves, e anche il contributo di Ranaldo, Rats),
ma a conti fatti prevalgono i colpi andati a segno. Prevale soprattutto
lo spirito che caratterizza da sempre i Sonic Youth, ovvero l’intendere
la musica come esigenza espressiva inderogabile, a costo di risultare
ripetitivi o, come in questo caso, di aggiungere con successo un nuovo
tassello ad un mosaico già abbondantemente definito. Che poi è il loro
massimo pregio, o, se volete, il loro peggior difetto.

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