• Giu
    01
    1987

Classic

SST

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II Sonic Youth si formano nel 1981 per volontà del chitarrista Thurstone Moore. Le intenzioni sono fin da subito chiare: restituire il rock al delirio, all’incubo, all’orgia di sensi scentrati e alla sferzante decadenza di Captain Beeheart e Velvet Underground. I temi di Confusion Is Sex (1983) e del successivo Bad Moon Rising (1985) troveranno una prima devastante sistematizzazione in Evol (1986). Ma è Sister il primo epocale punto fermo della loro carriera, uno di quei dischi che separano il “prima” dal “dopo”, convincendoci che il rock racchiuda davvero il potere di cambiare le cose.

E’ il ghirigoro percussivo di Steve Shelley a fare gli onori di casa nel finto giardino di innocuità di Schizophrenia, subito falciato dai riff affilati di Moore e irrigato da un ritornello piano, sinuoso, quasi rassicurante, mentre Kim Gordon prima si impegna in subdole manovre di disturbo col suo tipico basso irriguardoso, poi presta voce e trepidazione all’attonito recitato centrale, fino all’ondeggiante e anarcoide coda del brano dove Lee Ranaldo – l’altra chitarra – alterna bordate aeree ad atterraggi obliqui, tra maligne serpentine elettriche ed un tiepido precipitare nel recinto ovattato del delirio (il tutto è ispirato ad un racconto di Philip K. Dick). Siamo solo alle prime battute, ma dopo pochi secondi di Catholic Block, con la sua struttura spiraliforme di scenari repentini, siamo già stesi: una spiazzante nebbiolina di feedback si apre d’un tratto su una bolgia di basso, batteria e pericolosi loop di schitarrate taglienti, tra l’alternarsi ubriacante di compressioni selvagge, dilatazioni improvvise ed il canto che spiove diabolicamente mellifluo…

Altrettanto sorprendente è Beauty Lies In The Eye, una breve ballata acustica (!) percorsa da un duplice fraseggio elettrico e dal recitato lunare della Gordon minaccioso fino al midollo, con una pulsazione secca sullo sfondo e un  inquietante bestiario di arredi sonori: roba da incubo, da camera (oscura) di perdizione. Stereo Sanctity torna a  schiacciare il pedale del ritmo e dello sgretolamento sonico, spinge la batteria a coagulare attorno ad una percussività involuta e primordiale, toglie le coordinate alle chitarre che incrociano fendenti al limite della decomposizione formale, per lasciarci infine soli e macerati nel lento dissolversi del suono ferito, in questo tramonto post-atomico sgranato di feedback opachi. Tiene alta la tensione Pipeline/Kill Time in virtù di un altro avvolgente delirio percussivo, il nervo scoperto di una chitarra velenosa assediata dall’ennesimo bordone di ritmica distorta e basso stregato, fino all’improvviso placarsi del canto e del brano: seguono due minuti di stasi nella bolgia di un suono che sembra colto nel suo stesso rinascere, vibrante, instabile, come incredulo di se stesso.

L’amore per la classica canzone rock riaffiora come un colpo di coda in Tuff Gnarl, perfettamente introdotta da un fraseggio addirittura toccante su cui montano in bello stile voce e batteria, seguiti via via dal resto della truppa in un accumularsi di materiale sonoro che poteva lasciar presagire un esito quasi canonico (si fa per dire), e che invece vira d’un tratto in una tipica deriva noise, con ogni strumento in parossistica fuga verso il proprio limite. Pacific Coast Highway ci schiaffeggia ben bene col reading stralunato di Kim (come una Patti Smith bionda e sconsacrata)  su beat automatico e riff scarno, in realtà preludio al vero cuore del pezzo, uno sdilinquirsi strumentale quasi dimesso, una teoria orizzontale di melodie tese, un dialogo sinuoso e impervio di corde sull’orlo oscuro della dissoluzione.

Hot Wire My Heart coverizza un hit dei punk-garage Crime finendo col sembrare gli Stooges che jammano con dei Pixies aciduli, o se preferite il fantasma punk degli Stiff Little Fingers sorpreso a cospargere sale sulle ferite putride del rock’n’roll. La filastrocca wave-dark di Cotton Crown, cantata a due voci su un miracolo di tensione trattenuta, sul prodigio del basso che argina lo sgretolarsi del bordone chitarristico e sul fraseggio in libera uscita che contrappunta l’opaca linea melodica. Un ultimo sussulto tra solidità hard e furia punk (appena un ectoplasma) si manifesta in White Cross, gorgo di basso fibrillante attorniato da tutto quello che vi potete immaginare, compresa la prova vocale più slanciata di Moore, mentre con l’altra parte del cervello (o è la stessa?) definisce modi e forme chitarristiche del decennio a venire.

Gradita extra track troviamo la stupefacente Master=Dick, una specie di Beastie Boys ante litteram che rappa riferimenti ad una fantomatica “Ciccone” (Maria Luis?) mentre funkeggia sotto un cascame di scintille acidule, con la  benedizione di un nervosissimo assolo hendrixiano messo a germogliare proprio accanto al pazzo rincorrersi di  memorie distorte. Un ascolto davvero appagante, nonostante – o grazie a – la preponderanza del “progetto Sonic Youth” sulle singole canzoni, violentate, stravolte, distorte, destrutturate, piegate e spiegazzate da un suono che lotta per districarsi dagli sviluppi ormai logori del classic-rock. Niente di ciò che verrà dopo il trittico EvolSisterDaydream Nation potrà prescindere da quelli, e anzi molto vi si ispirerà senza riserve per ripartire da lì. Prima della forma, sopra e oltre l’espressione, il suono.

11 Giugno 2003
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