• Mar
    30
    2018

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Impulse!

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Negli ultimi cinque anni, con una veemente accelerazione negli ultimi ventiquattro mesi, l’asse del jazz mondiale sembra essersi spostato geograficamente dagli epicentri convenzionali Chicago/New York verso destra, direzione Regno Unito. Lo dimostrano i fatti: uscite importanti come il ritorno discografico di Binker & Moses, la pubblicazione di Black Focus per mano degli ex partners in crime Yussef Kamaal (il 2018 vedrà il ritorno di Kamaal Williams, intanto) e l’affermazione definitiva del fenomeno Shabaka Hutchings e di tutte le sue declinazioni. A testimonianza di tutta questa effervescenza, a inizio 2018 arriva la pubblicazione della compilation We Out Here, termometro della scena londinese e luminoso razzo di segnalazione di un movimento in crescita esponenziale. Nome dietro The Comet is Coming, Melt Yourself Down, The Ancestors e, naturalmente, Sons of Kemet, Hutchings è anche collaboratore degli Heliocentrics, e ha suonato sul lavoro dei già citati Yussef Kamaal e di Polar Bear: insomma, è una delle pietre su cui si costruisce tutta la scena sperimentale inglese.

Londinese, classe 1984, si trasferisce in tenera età alle Barbados dove studia clarinetto e dove rimarrà fino ai sedici anni. Qui matura la consapevolezza di far parte di qualcosa, di quella diaspora caraibica che trasla in linguaggio musicale codificando in suoni e parole la tradizione degli avi. Your Queen is a Reptile, terzo capitolo della saga Sons of Kemet e primo disco licenziato dalla gloriosa Impulse!, è il manifesto politico di Hutchings: critica direttissima alla Regina Elisabetta e ai reali inglesi tutti, colpevoli di discendere da una genia rettile aliena, Your Queen… è in realtà una presa di posizione netta contro le politiche coloniali attuate dalla corona inglese nel corso della storia. Per questo, se la vostra regina è un lucertolone, le mie sono nove, nove tracce per nove donne, altrettante regine non formalmente riconosciute delle battaglie per i diritti sociali degli afro-americani.

È jazz? È dub? È voodoo? Your Queen is a Reptile è un contenitore dove tutte queste entità convivono simbioticamente. Una sorta di puzzle gigantesco, i cui bordi sono le influenze primarie e quelle facilmente riconoscibili, e che hanno le sagome di Ornette Coleman, Albert Ayler e John Coltrane; poi ci si sposta verso l’interno ed emergono quelle inglesi di Evan Parker e dei Jazz Warriors (misconosciuti ai più ma un po’ i papà di questa new-wave), e si va poi al centro, dove c’è il reggae e il dub ma anche l’obeah di Exuma, uno dei fenomeni musicali più affascinanti degli ultimi cinquant’anni. La partenza è per la prima regina del lotto Ada Eastman, la nonna originaria di Barbados di Hutchings, vissuta fino a 103 anni e unica regina del focolare domestico, come in tutte le tradizioni matriarcali: dancefloor e Ayler, galoppata a 146 bpm sparata dai soundsystem nelle strade di Bridgetown; si continua poi il reggae/dub ipnotico dedicato alla psicologa Mamie Phipps Clarke, per arrivare al voodoo jazz da mardi-gras di My Queen is Harriet Tubman, guerriera abolizionista già tributata dall’omonimo progetto di Melvin Gibbs e Dj-Logic. È tutto un saliscendi di atmosfere e sonorità, momenti in cui emerge il tribalismo più sfrenato (My Queen is Angela Davis o My Queen is Albertina Sisulu) che si alternano a quelli più melodici e delicati come My Queen Is Anna Julia Cooper e My Queen Is Nanny Of The Maroons.

Fresco ed efficace, Your Queen is a Reptile salta di slancio gli steccati del jazz tout-court per abbracciare una forma libera, che mescola sacro e profano, Coltrane e la afro-techno, senza però bestemmiare mai ma facendo capire che nel 2018 ci sono nuovi percorsi da esplorare, nuove rotte verso cui andare. Shabaka Huthings come il Kamasi Washington europeo? Non proprio, ma sarebbe più corretto ipotizzare i due come Ying e Yang, entrambi efficaci a loro modo ma diretti verso opposte e nuove direzioni (il riferimento a New Directions è puramente casuale). Due modi di intendere il jazz: uno più accademico e morbido (Washington), l’altro più bastardo e di strada (Hutchings); uno più aperto a collaborazioni, l’altro più chiuso (Su Your Queen… nessun ospite). Scuole di pensiero diverse, certamente, ma che lasciano intuire che il futuro del jazz è in buone mani. Serissimo candidato a disco dell’anno.

30 Marzo 2018
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