Recensioni

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Sulle prime, leggendo che dietro la sigla Sorge si cela l’ormai più che noto spoken-word di Emidio “Mimì” Clementi (Massimo Volume, Notturno Americano, ma non solo) associato all’elettronica del collega, produttore e tecnico del suono Marco Caldera, il rischio di trovarsi di fronte alla reiterazione di un modus operandi su cui Clementi ha di fatto costruito una carriera, facendone cioè trademark evidente del proprio sentire musicale, è molto alto. Poi però l’ascolto di queste tracce livide, strazianti, grigie nel senso di una cupezza angosciosa per certi versi (per i temi trattati, ma anche e soprattutto nello sviluppo musicale mai sottofondo, ma sempre malinconico e ossessivo) riesce a cortocircuitare un pensiero che chi ben conosce la carriera e le vicende personali di Mimì forse può comprendere e condividere. Dove l’esperienza El Muniria si fermò, abortendosi, quasi autofagocitandosi prima ancora di vedere la luce e lasciando solo quel lavoro, Stanza 218, come fosse un figlio unico e orfano, lì (ri)prende vita questo La Guerra Di Domani.

Una suggestione, probabilmente nemmeno troppo aderente alla realtà, ma che ci piace prendere come una sorta di visibile continuità nel percorso di Clementi, che qui trova perfetto supporto da parte dell’altra metà del progetto, quel Caldera che screzia e disossa linee sonore ora glitchy, ora noise, ora pulviscolare ambient, ora malinconica neo-classical, e che non sono mai blanda tappezzeria sonora, ma definiscono il perimetro in cui Clementi è libero di esporre(/esporsi) con la ormai nota voce profonda le sue storie: storie in cui si intersecano letteratura e quotidianità, astrazione ed esperienza reale, flash biografici e rivisitazione alta (Kieslowski, Mark Strand, John Donne), spazio privato e riflessione pubblica. Il “singolo” Noi Facciamo Ciò Che Siamo è, con quel flow strano e storto di Clementi e l’elettronica incalzante di Caldera, sia paradigma dell’operato dei due che esempio di come gli orizzonti di questo nuovo duo possano aprirsi verso contaminazioni capaci di gettare ulteriori squarci di interesse sul futuro, ma sono pezzi emotivamente struggenti come In Famiglia (la dimensione privata) e Quello Che Ho Perso (quella pubblica, insieme politica ed esistenziale) a segnare lo spessore di questo disco.

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