• mag
    01
    1996

Classic

A & M

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A proposito dei primi Soundgarden: Ultramega OK (SST, 1988) e Louder Than Love (A&M, 1990) furono mazzate paurose. Blues, punk, psych, hard, heavy metal e fottutissimo rock’n’roll, sporco e incazzato come nelle migliori occasioni. In primo piano sua maestà la chitarra, rovente e dinamica, consapevole e letale. Ma la luce dei riflettori è tutta per lo shouter Chris Cornell: straordinari i mezzi, mirabile l’ardore, inconfondibile lo stile (e, diciamolo, anche uno sborone senza limiti). Il terzo album aveva un titolo che non lasciava adito a dubbi, Badmotorfinger (A&M, 1991): il lavoro ritmico di tamburi e basso come minimo impetuoso, l’interazione degli elementi esplosiva.

Al confronto, il successivo Superunknown (A&M, 1994) è quel che si dice un fumettone: apice commerciale dei Soundgarden, mi colpì fin da subito per la cupezza involuta, per gli slanci brumosi e icastici. Al banchetto furono invitati stilemi dark, folk-blues, la faccia scura della psichedelia. Un po’ troppo forse, ma quel che conta è aver tenuto altissima la bandiera dell’hard rock made in Seattle quando ormai la formuletta del grunge stava esaurendo l’effervescenza. Non è un caso se contemporaneamente i Pearl Jam aprivano al folk-rock – con licenza di sgomitare – in Vitalogy (Sony, 1994).

Quindi, anno domini 1996, arrivò Down On The Upside. Spinto da un battage pubblicitario senza precedenti per la band, usufruì di un fulmineo exploit al botteghino, giusto il tempo che i fan si accorgessero di cosa si trattava. La critica approvò, ma l’affezionato pubblico non capì. E rifiutò. Sono cose che fanno male, soprattutto quando si è appena compiuto il passo decisivo, il disco “da grande”. Per concepire il quale la band aveva messo in gioco certi delicatissimi equilibri artistici e caratteriali. Infatti, poco tempo ancora e i Soundgarden avrebbero fatto crack. Fine della storia.

Canto del cigno non preventivato, Down On The Upside non è certo un album esente da difetti, ma è la cosa migliore che i Soundgarden avrebbero potuto licenziare a quel punto della carriera. La marcia giusta, lo sbocco naturale. Sedici tracce per un magma denso e cangiante, cupezza grave disseminata di vuoti, di respiri trattenuti e sguardi allibiti. La trama che si sfilaccia e ondeggia, tuffandosi nella visione liquida, sostando nella curva delle sensazioni. Certo, sono ancora molti gli episodi muscolari, però sono spesso sottoposti a inusitate ibridazioni, vedi la pazzesca Ty Cobb che centrifuga hardcore punk e country in punta di mandolino, o i tempi da coma etilico di Never The Machine Forever, oppure la trasfigurazione da punk in blues di No Attention, e la distonia canora d’impronta wave di An Unkind.

Meno digeribile suona il pre-digerito, ovvero certe concessioni alle sirene emmetiviane come il singolo Burden In My Hand: non un brutto pezzo, strutturato su un capriccio folk blues à la Page (Jimmy, intendo), però maledettamente scontato. In compenso può capitare di imbattersi in autentici “monstre” come Applebite (incedere da monatti in processione, il moog stralunato, la voce in gelatina sintetica), il folk rock slittante di Zero Chance (zeppeliniano, sì, ma capita spesso di pensare a Tim Buckley, ed è un signor merito), o l’escursione Pink Floyd della conclusiva Boot Camp (folate di feedback, found voices, wah wah gassificato, melodia sospesa su un decollo trattenuto).

Neppure alcuni pezzi strutturalmente più “alla Soundgarden” sfuggono al new deal: al di là del chorus veemente come ai bei tempi (non un decibel di meno), Blow Up The Outside World ha nei versi il germe della psichedelia più rarefatta, mentre Dusty chiama nell’agone la percussività asciutta di Cameron tra chitarroni acustici e acidità sì elettriche ma quasi byrdsiane. Insomma, quel che voglio dire: i Soundgarden ci erano riusciti, erano andati oltre, si erano superati rimanendo se stessi anzi di più. E ci sono rimasti secchi. Ma questo è l’unico loro disco che riesco ad ascoltare senza fare i conti col passato.

1 Maggio 2005
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