• nov
    01
    2012

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Universal

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Quando Chris Cornell e compagni si sono sciolti negli anni ’90, in fondo non avevano lasciato nulla d’intentato. La loro parabola creativa era giunta al termine per naturale esaurimento. A un ascolto attento, e non influenzato dall’entusiasmo per quello che era stato Superunknown, in Down On The Upside risultava evidente una certa usura del loro armamentario musicale, che poi era quello di tutto il genere che avevano contribuito a ispirare. Piuttosto che fare altri dischi di routine scelsero di sciogliersi, una decisione saggia e di una certa onestà intellettuale. Come si fa a riaprire, quindici anni dopo, un discorso chiuso in questo modo?

Se escludiamo ragioni essenzialmente economiche che ci possono stare, l’operazione comeback più ancora che di revival sa di commemorazione, se non altro perché il ritorno dei Soundgarden si è sovrapposto al ventennale di Nevermind dei Nirvana e ai vent’anni di carriera dei Pearl Jam. Un modo per dire che c’erano anche loro, oppure la dimostrazione che il grunge è ormai un genere storicizzato; al di là di una breve stagione e dei suoi interpreti originari non ha saputo produrre una degna continuazione.

Tranne in casi di nadir estremo, e questo non lo è, spesso i “ritorni” discografici non aggiungono e non tolgono nulla alla carriera dei titolari. Di fatto, sono dischi superflui. King Animal è un album troppo lungo, alcuni brani si potevano tranquillamente sforbiciare. Per il resto, i Soundgarden ci provano. Bisogna riconoscerlo. Provano a fare cosa? Ad aggiornarsi, o meglio a riproporsi in modo credibile.

Il loro sound era già di per sé il frutto di un’operazione di aggiornamento dell’hard rock degli anni ’70 rispetto a ciò che era venuto dopo: il punk, la new wave e l’indie rock americano degli anni ’80. In Screaming Life i riff cavernosi dei Black Sabbath e il dinamismo ritmico/chitarristico dei Led Zeppelin andavano a braccetto con un art rock abrasivo, derivato dal dark punk britannico e dalle tossiche rivisitazioni post-punk di scuola SST (Black Flag) e Touch And Go (Die Kreuzen, Killdozer, Butthole Surfers). Ultramega OK metteva curiosamente in evidenza le radici blues dello stesso sound, Louder Than Love era una sorta di disco a doppio taglio, che giocava in modo ambiguo con gli stereotipi del metal, quanto Badmotorfinger plasmava in una direzione più psichedelica e progressiva il loro stile ormai maturo: un power rock alternativo di cui Superunknown incarna invece il classico, apogeo di un tardo suono di Seattle prossimo alla fine. Da dove si riparte quindici anni dopo?

Le premesse non sono granché. La copertina è un funesto presagio, anche se le scelte di grafica e videoclip del gruppo sono state spesso brutte e kitsch: è un elemento di continuità con il passato di cui avremmo fatto a meno, ma per altri versi è un tratto familiare da cui riconosciamo in filigrana la vecchia e cara band. Il singolo pomposetto e autoindulgente, Been Away Too Long, concessione al riff troppo facile e al boogie metal più dozzinale, è una parentesi fortunatamente chiusa già al secondo pezzo. Non-state Actor e By Crooked Steps sono due brani molto più dinamici e interessanti, specialmente sotto il profilo strumentale, intendendo anche la voce tenorile di Cornell come uno strumento insieme alla chitarra di Thayil e alla fondamentale sezione ritmica di Cameron e Shepherd. Sono anche i pezzi in cui i Soundgarden sembrano rendere meglio come band e reinventarsi partendo dal loro versante più progressivo e psichedelico. Su questa falsariga, A Thousand Days Before è la canzone più piacevole e sorprendente: il suo raga-rock suona come un omaggio alle indimenticate origine indiane di Thayil ma anche al lato più curioso e lisergico dei Soundgarden. Il dinosauro si è scrollato un po’ d’anni dal groppone? Sarebbe bello.

In realtà, nel blocco centrale del disco le cose vanno meno bene, anche se si naviga a vista senza veri scivoloni. Il quartetto specula sul proprio stile classico e maturo in Blood on the Valley Floor, Bones of Birds e Taree. È un episodio estemporaneo ma gradevole Attrition, un ibrido indie rock che ricorda i Dinosaur Jr. La parte conclusiva è quella che, francamente, ci convince di meno. Nel grunge semiacustico di Black Saturday e nel folk pop di Halfway There sembra di ascoltare un disco solista di Cornell con gli altri ridotti a backing band. Worse Dreams si salva in corner con il rovente finale psichedelico. Gli ultimi due pezzi, no: parliamo dei Black Sabbath virati soul (in verità, un mezzo pasticcio) di Eyelids Mouth e di Rowing, una specie di mantra-blues tirato troppo per le lunghe. Nel complesso, basta per sfiorare una sufficienza risicata, peccato per i buoni spunti che la prima parte lasciava intravedere.

11 Novembre 2012
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