Recensioni

7.3

Donne forti al centro di questo progetto musicale, sia come esecutrici che come muse ispiratrici. Il Soundwalk Collective è una band newyorchese che si diverte a indagare spazi “altri” tra performance, musica, concept album, istallazioni. Per questo Killer Road – una sorta di omaggio/esplorazione dedicato/a alla musa in nero Christa Päffgen, nota ai più come Nico, e alla sua tragica morte –  è stata “assorbita” all’interno del trio formato da Stephan Crasneanscki, Simone Merli e Kamran Sadeghi, anche Jesse Paris Smith, figlia di una Patti Smith a sua volta trascinata nel progetto in qualità di voce narrante e declamante. Un bel giro di giostra che mette da subito in chiaro i paletti entro cui si muove questo Killer Road, ovvero ambient dilatata, soundscapes sonori dispersi, tappeti di field recordings e/o suoni trovati d’ambientazione spesso rurale/naturale, tra voci, ronzii, scorrere d’acqua, ecc. – questo sembra emergere dall’ascolto dei fondali sonori del trio più una – su cui si staglia la voce sofferta, lagnante, profonda, sussurrata, incupita, straniante di Patti Smith, impegnata in uno spoken word che riprende, ritaglia, risemantizza, testi originali di Nico racchiusi originariamente in DesertshoreDrama Of Exile e in altri album, o poesie più o meno edite e conosciute, oltre a tentare di renderne, più o meno fedelmente, le tensioni, le passioni e le sofferenze.

Provenendo da situazioni live – l’album è infatti la resa discografica di una performance live tenuta al Crossing The Line Festival di New York – molto della “teatralità” visionaria, nonché visiva, dell’interpretazione e della conseguente fruizione da parte dell’ascoltatore, si perde per strada, ma nonostante ciò spazi interessanti e momenti di sospensione dell’incredulità fanno veramente bella presa. Il crescendo dronico di My Heart Is Empty, ad esempio, o i sussurri ossianici di Evening Of Light, così come le sospensioni minimal-techno prossime alla rottura di Secret Side, le micro variazioni quasi glitch di Saeta, ma soprattutto Fearfully In Danger Live – piccolo capolavoro sotto forma di una specie di iperballata fatta di scorie post-atomiche e stentoreo cantato che sa di folk inglese rivisto alla maniera di Tibet & co – dicono di un gran bel lavoro, capace di creare tensione e mantenere viva l’attenzione di chi ascolta, nonostante una ovvia monocromaticità di fondo. Che sia tendente al nero, evitiamo di aggiungerlo, no?

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