Recensioni

6.6

Nessuno mette in discussione la bravura del Soundwalk Collective quando si tratta di trasformare field recordings rubati ai quattro angoli del globo in progetti musicali avvincenti, e nessuno mette in dubbio le capacità di Patti Smith nel ridare vita a poesie o a brani di narrativa attraverso il semplice declamarli. Quel Killer Road uscito tre anni fa e dedicato alla morte di Nico, nonché prima collaborazione tra immaginari così diversi ma inaspettatamente compatibili, rientra ancora di diritto tra i migliori dischi del 2016 per il sottoscritto. Eppure The Peyote Dance, che invece prende in considerazione l’omonimo libro di Antonin Artaud, cronaca delle sue esperienze psichedeliche con il popolo Rarámuri – nativi della regione Norogachi, in Messico – risalenti al 1936, non riesce a replicare i fasti del passato.

Il disco si basa su suoni registrati nella Sierra Tarahumara poi rimodulati in studio ed è il primo di tre passaggi discografici denominati The Perfect Vision e dedicati rispettivamente ad Artaud, Arthur Rimbaud e René Daumal: tre modi di interpretare la «loro necessità di viaggiare in luoghi diversi per acquisire una nuova visione e una nuova prospettiva su loro stessi e sulla loro arte». Nello specifico, The Peyote Dance vorrebbe ripercorrere le tracce lasciate dallo scrittore francese durante il suo viaggio in Messico, attraverso una grammatica sonora che prenda in considerazione «i sassi, la sabbia, le foglie, le percussioni, i violini e molti strumenti che i Rarámuri si costruivano da soli» per «risvegliare le memorie del paesaggio».

Mentre Killer Road era riuscito a fondere lo scenario dietro alle vicende raccontate e l’interiorità del personaggio protagonista delle stesse grazie a scelte estetiche piuttosto originali, e dunque suonando estremamente eloquente a livello emotivo, il qui presente album sembra invece quasi più interessato a contestualizzare geograficamente e narrativamente un’esperienza, a garantirle i timbri e i colori più consoni, più che a viverla davvero. Della serie: che ne è, musicalmente parlando, delle esperienze psichedeliche di Artaud al di là di quello che si ascolta nei testi recitati da Patti Smith? In che modo si sarebbe dovuta rendere l’indagine interiore dello scrittore? Che ne è di quell’«acquisire una nuova visione e una nuova prospettiva su loro stessi e sulla loro arte» a cui si riferisce il comunicato stampa citato poche righe più su?

La texture sonora che il Soundwalk Collective organizza è come al solito pregevole e piena di dettagli, affascinante e materica, in un paio di episodi molto riuscita (Una nota sobre el Peyote e Tutuguri: The Rite Of The Black Sun), eppure il suo lascito è un mix di suoni ambientali e percussivi – o almeno questo è quello di cui ci si ricorda a fine ascolto – fin troppo commestibile, contestualizzato e razionale, mescolato a un recitato piuttosto ortodosso della Smith che non sempre riesce a creare la giusta empatia con chi ascolta. Ci pare, insomma, che manchi un livello di indagine più profondo a un disco che possiede comunque una sua eleganza formale frutto di una ricerca sonora certosina.

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