Recensioni

Attendevamo con interesse di riascoltare la voce lucida, calda, determinata e tagliente di Max Collini sulle architetture sonore imbastite da Jukka Reverberi. Al primo il progetto Spartiti era servito a ripartire dopo la fine degli Offlaga Disco Pax, al secondo dava l’opportunità di costruire, con un vecchio amico, un nuovo e ancor più intimo percorso. Dopo aver portato in giro lo spettacolo dal vivo per circa due anni, il duo ferma su disco questa nuova esperienza, ripescando dai precedenti concerti un solo brano (Vera), rimettendo insieme testi inediti e omaggiando estratti di altri artisti (Paolo Nori, Simone Lenzi dei Virginiana Miller, Simona Vinci).
Le note stampa tengono a precisare che l’Austerità del titolo è quella di berlingueriana accezione, nulla a che fare dunque con le cinghie strette di montiana memoria, piuttosto un progetto innovativo e scomodo: «significa rigore, efficienza, serietà, e significa giustizia», diceva il segretario del PCI al Teatro Eliseo nel 1977. E se è vero che a permeare questo lavoro dei due è quella malinconia disincantata verso un comunismo che poteva essere e non è stato, le sue contraddizioni, i tic e le ansie descritte con ironia, amarezza, sarcasmo e un pizzico di tristezza, è vero anche che quello che ancora una volta torna prepotente alle orecchie è la scrittura di Collini, in grado di provocare, suscitare stati d’animo e riflessioni di natura politica ma non solo, lontano da gnoseologie o panegirici. Una rinnovata forma memoire che ora appare più affranta e rassegnata, supportata dal mondo post-rock di Reverberi, dai suoi campionamenti preferiti a drum machine, dai suoi crescendo a sostegno della narrazione che determinano reazioni utili a disegnare quel mondo imperfetto, ambizioso, sognatore e manchevole di storie anni ’80, di Reggio Emilia, delle sue piccole incertezze quotidiane e delle sue aspirazioni destinate a rimanere tali.
E quindi i riflussi dell’esistenza in Io non ce la faccio, il materialismo consumistico con due genitori comunisti in Babbo Natale, il manifesto parodistico, contraddittorio per quanto lucidamente assurdo, di Sendero Luminoso, con quel «Ai machete, Compagni» che è già inno. E poi le banche, che sono un brand prima di essere banche con tutta la confusione che ne consegue e con tanto di citazione de gregoriana (Banca locale), le ambiziose velleità di un eresiarca di stanza a Reggio, gli occhi affranti di una donna in Ti aspetto e quelli strumentalizzati e strumentalizzanti in Vera.
Tolta l’invettiva degli esordi degli Offlaga, concentrati su delle linee melodiche più asciutte e dimesse, in Austerità c’è tutto il mondo offuscato, illuminato e deluso dei due, le relative accelerazioni prog tra Moog e chitarre e il suo lento defluire tra elettroniche e note di piano. Giustizia, rigore, efficienza, serietà: bentornati.
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