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Fermandosi alla superficie di Speranza viene facile pensare una cosa: «oh ma questo rappa sempre uguale». Sempre urlato, sempre incazzato, sempre con questa voce da decorticato à la 6ix9ine (ovviamente senza quell’annesso prurito alle mani). Grattando un pochino invece, si scopre che sotto c’è un mondo. Quello sbraitamento quasi ossessivo è un crogiolo di un sacco di robe diverse, che vanno a comporre un mosaico finale molto più complesso di quanto potrebbe sembrare: ci sono le banlieu della Lorena e la periferia di Caserta, ci sono il napoletano, il francese e pure il tedesco, c’è l’amore per la cultura e la musica rom e sinti oltre alla neo-melodica napoletana, c’è una vita spesa in cantiere e un presente fatto di collaborazioni con producer di un certo status (Night Skinny, Don Joe, Crookers). È c’è una genuinità viscerale che toglie ogni possibile spazio a eventuali discrepanze tra persona e personaggio. 

L’Ultimo a Morire, il suo esordio ufficiale dopo chili e chili di singoli e collaborazioni, è un bel disco. Lo è soprattutto perché riesce a restituire perfettamente tutto quello che abbiamo appena detto. Lo fa con alle spalle i soldi e i vincoli di una major, ma lo fa. Ci sono i panzer killer (la coattissima CALIBRO 9, la nostra preferita) e le hit da radio (IRIS), c’è la ballatona più posata e riflessiva con A LA MUERTE e la cafonata EDM con 100 ANNI. Poi uno legge il titolo PUTTANA*** e si aspetta la sbragata (che pure ci starebbe), e invece arriva un testo niente male e una melodia affatto scontata nel ritornello. C’è spazio per pezzi più pestoni, magari con base haunted il giusto a pompare sotto (SPALL A SOTT 4) e poi arrivano azzeccate riverniciate di neomelodico e rom come CAMMINANTE con Rocco Gitano. I feat. italiani sono poca cosa: Tedua e Massimo Pericolo solo discreti, e in Chinatown si restituiscono favori a Gué Pequeno che si limita a sembrare una pezza. Poi però arrivano divertissement come la contagiosa dance di OMM I MERD e la sbiascicata polka sintetica di RUSSKI PO RUSSKI che ti fanno dire «ok, ha vinto lui», perché in tutto questo la coerenza riesce a restare sempre bella solida.

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