Recensioni

A Spike Lee piace il basket. E parecchio. Si potrebbe analizzare la sua intera filmografia utilizzando come chiave di lettura la metafora offerta dallo sport del cinque contro cinque, delle ali e delle guardie tiratrici. Se Mars Blackmon/Spike Lee parla di Michael Jordan e si vanta di possedere le sue scarpe in She’s Gotta Have It, 1986, Monty Brogan/Edward Norton è detentore di un record meritato sul campo in 25th Hour, 2002. In He Got Game, 1998, tutto il film è costruito sulla denuncia del sistema puramente economico di gestione delle rookies nel campionato universitario americano.

Con tali precedenti, la ESPN, emittente televisiva americana specializzata nelle trasmissioni sportive, accetta immediatamente la sua proposta, 2008, di fare ciò che Gordon e Parreno hanno fatto con Zinedine Zidane in Zidane, un portrait du 21e siecle, 2005. Nel documentario franco-islandese, infatti, la partita di calcio Real Madrid-Villareal del 23 aprile 2005, è raccontata in modo unico: tutte le telecamere sono concentrate su Zidane, non lo perdono un istante sia quando ha la palla, sia quando è fuori dell’azione. Il regista americano racconta d’aver visto il documentario a Cannes, l’anno successivo e di esserne rimasto tanto colpito dal volerne fare un adattamento al playground del NBA. Oggetto della sua attenzione: Kobe Bryant.

Nasce così Kobe Doin’ Work, racconto della partita Los Angeles Lakers – San Antonio Spurs, della primavera 2008. Bryant, idolo e icona del suo sport a livello planetario è ripreso da Lee in un modo squisitamente elegiaco che ne sottolinea il ruolo di ciarliero leader dentro e fuori dal campo. Sin dal suo arrivo al Staples Center per la convocazione, il riscaldamento e la preparazione spirituale, Bryant è mostrato fare ogni cosa al meglio. Qualora non bastassero le immagini e il montaggio veloce di Barry Alexander Brown, montatore “ufficiale” di Spike Lee, a ottenere l’effetto desiderato, ci pensano le voci over del regista e del campione e la maestosa colonna sonora a sottolineare costantemente che Kobe doin’ the right thing.

Come accade sempre con Lee, non si è incerti sull’opinione del regista al riguardo dell’argomento narrato. Manicheo, simile a Radio Raheem/Bill Nunn di Do The Right Thing, 1989, ricorda sempre che sono odio e amore i due pilastri sui quali tutto si basa, non lasciando mai disatteso un giudizio. Appare evidente, qui, che il suo amore per Bryant sia sconfinato e meritevole di una ricompensa. Proprio così pare il film a chi, europeisticamente amante più del calcio che del basket, più di Zizou che di Kobe, vede in questo documentario un divertissement, un regalo di Spike Lee a Spike Lee prima che a Bryant.

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