Recensioni

7.4

Il songwriting prettamente pop orchestrale della chitarrista e polistrumentista americana Annie Clark, ex-Polyphonic Spree e Sufjan Stevens band, che ci aveva favorevolmente colpito un paio di anni fa al debutto con Marry Me, si arricchisce ora di nuove spezie.

Fermo restando la sua base, questo nuovo Actor spinge ancor di più verso una cinematicità di fondo, che fa sì che ogni canzone sia un piccolo frammento sonoro, fatta anche di unità minimali, e che nel loro insieme compongano un vero e proprio “score”. Frammenti che la Clark definisce come “technicolour animatronic rides”.

L’ispirazione è infatti derivata proprio dalle colonne sonore, che siano di Disney o morriconiane o di Broadway (Il Mago di Oz viene citato in Marrow), oppure ispirate a Igor Stravinsky, Carl Orff, Erik Satie. Il respiro orchestrale è infatti ampio e stratificato, combinandosi con altri elementi apparentemente “dissonanti”, quali layer sonori, distorsioni, ripetizioni alla maniera del coacervo sonoro ottanta di marca Peter Gabriel (prettamente periodo Scratch/Melt), si veda l’opener The Strangers; altrove (Actor Out Of Work) si viene rimandati, anche melodicamente, al coevo esperimento Scary Monsters (dalle parti quindi di Bowie/Fripp). Non senza far pensare al lato più pop di una come Laurie Anderson.

E ancora un’attitudine di marca Bjork-iana, già rilevata nel precedente lavoro si sposa alla teatralità di una Shannon Wright e alle atmosfere chamber dell’ultima My Brightest Diamond, mentre è puro Broadcast The Bed, con un retrogusto melanconico sua cifra stilistica da sempre.

Actor è quindi album che rappresenta un passo in avanti rispetto al pop jazzato del precedente, segno di un’evoluzione anche stilistica della Nostra. Gran bel comeback.

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