• Set
    01
    2007

Album

Beggars Banquet

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Immaginate un mix disimpegnato tra polistrumentismo e attitudine indie, scaltrezza e ironia, maturità e levità. E parecchia grazia femminile. Agitate e otterrete il cocktail St. Vincent, moniker sotto cui si cela, nemmeno tanto, la ventiquattrenne Annie Clark. Prima prova sulla lunga distanza dopo un esordio autoprodotto in EP, questo Marry Me si distingue per freschezza compositiva e personalità dispiegata innanzitutto. Nato in solitaria al piano tra una collaborazione con i Polyphonic Spree e un’altra con Sufjan Stevens – per i quali fa da chitarrista e opening act da un paio di anni -, arrangiato e suonato in buona parte da lei stessa (chitarra, tastiere, basso, sintetizzatori, percussioni), è un album intimo che si dispiega in un chamber pop composito, misto a umori jazzy (soprattutto nel cantato) e inflessioni da modern cabaret, insieme al gusto per le stratificazioni orchestrali care all’amico Sufjan, e reminiscenze folk seventies.

Prendete l’incipit con Now Now, delizia pop con coda per archi e chitarra che sembra uscita dalla coralità Polyphonic, mentre Jesus Saves, I Spend comincia la serie delle song fra modern jazz e cabaret brecht-weilliano così care all’ultima Shannon Wright, così come Paris Is Burning, epopea waitsiana pop-cabaret virato valzer. Land Mine, song atmosferica con tocchi elettronici non può non ricordare Bjork. La parte più classico-jazz ha comunque la prevalenza, e non sorprende la presenza di Mike Garson (il piano liquido di Aladdin Sane di Bowie) ospite in All My Stars Aligned, ballad intensa per piano e archi, dove al meglio si coglie l’attitudine della Clark, una moderna singer di torch song così care a una come Rickie Lee Jones, a cui del resto somiglia non poco. E nella finale What Me Worry si esplica al meglio la sua voce da quasi soprano leggero, molto Nina Simone. Poi per contro troviamo anche pezzi come You Lips Are Red, cupo rock-blues dilatato per chitarre e violini ad equilibrare il disco, mentre tutta la sua ironia giocosa si coglie nella ballad che dà il titolo all’album, dove invita qualcuno a sposarla pur non sapendo che cosa ci si può aspettare da lei…Tutto l’humour nero della migliore Lisa Germano

Marry Me si pone quindi in equilibrio tra le zone d’ombra e di luce della Nostra, così deliziosamente schizofrenica. Ci piace anche per questo.

20 Settembre 2007
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