Recensioni

6.8

Doverosa premessa: chi scrive queste righe è il nerd un po’ sfigato che ti aspetti, che da piccolo giocava con le spade laser in plastica, ha provato (credo) tutti i videogiochi del franchise e potrebbe passare ore a discutere sulle generazioni di jedi e sith inventate di sana pianta da qualche caso umano con ancora più problemi di lui per popolare quel meraviglioso (e a conti fatti anche un po’ inquietante) mondo chiamato Universo Espanso. Questo semplicemente per mettere in chiaro come questa saga sia parte fondante del mio immaginario e questa sia una recensione probabilmente non obiettiva fatta da un fan per i fan, ben divisa da una netta linea di confine tra una prima sezione spoiler-free e una successiva parte dove la censura è stata abolita senza ritegno.

Si è parlato all’inverosimile di questo nuovo capitolo tra voci, indiscrezioni, smentite e easter eggs più o meno fake disseminati qua e là per fomentare sempre più un hype già alle stelle (perdonatemi) e ben alimentato da una campagna promozionale talmente ubiqua da risultare quasi invasiva. L’entrata in sala di ogni cultore della saga è stata quindi accompagnata da aspettative talmente alte da essere consapevolmente utopiche e già rassegnate ad essere disilluse, pronte per un sinistro deja-vu sulla scia della trilogia degli anni ’00.

L’uscita dalla sala è stata invece un bel sospiro di sollievo, pieno e gratificante, seguìto quasi immediatamente da dubbi sempre più lancinanti che tuttavia dopo attente riflessioni non hanno inficiato irrimediabilmente il giudizio finale. Questo nuovo Star Wars è bello. Non perfetto, non grande e pieno di scelte sicuramente discutibili, ma la verità è che probabilmente meglio di così (non) si sarebbe potuto fare. JJ Abrams ha superato la prova, non a pieni voti, ma l’ha passata, e Il Risveglio della Forza è esattamente quello che suggerisce il titolo: un bel risveglio (magari della Forza non tantissimo, ma per questo vi rimandiamo alla parte di questa recensione in cui spoileriamo selvaggiamente) che sembra apparecchiare la tavola per i prossimi due capitoli, tentando disperatamente (e di fatto riuscendoci) di recuperare quella tanto sospirata continuity con la trilogia originaria che tanto sembrava sfuggire al Lucas solista del terzo millennio. La sensazione è comunque che questo primo (settimo) capitolo sarà compiutamente valutabile solo al netto dei successivi, per capire se, come e quanto le molti questioni rimaste irrisolte a fine proiezione saranno poi sviluppate negli episodi successivi.

Adesso sporchiamoci le mani e abbandoniamo ogni pudore anti-spoiler, perchè un’analisi completa e compiuta non sarebbe probabilmente possibile senza esaminare dettagli che inevitabilmente rappresentano snodi centrali nella trama del film.

ATTENZIONE: SPOILER!

La storia è veramente poca cosa: Luke si dà alla macchia, dopodiché si segue pari pari la sceneggiatura dell’episodio IV in un tripudio autocitazionista talmente palese che sembra quasi di assistere a un remake più che ad un sequel. Tra Jakku e Tatooine sembra non esserci alcuna differenza, e che questa Starkiller sia molto più grande e potente della vecchia Morte Nera sembra non importare poi molto. C’è il bar di alieni (ma senza Cantina Song, ahinoi), c’è il caccia solista del pilota fenomeno che «oh raga, io provo ad entrare» (perché ormai siamo alla terza stazione, ma quei tonni imperiali non hanno ancora capito che quello stretto corridoio «non s’ha da fare»), ci sono le eterne dicotomie padre/figlio, bene/male, maestro/apprendista, Han Solo/Chewbecca, Falcon/caccia imperiali. Le strade sono due: o si boccia il tutto per la scarsa (nulla) originalità, o si prende atto del fatto che questo episodio VII sia anzitutto una mano tesa verso la fanbase più radicata nella trilogia originaria, per partire ortodossi e con il piede giusto in questa nuova avventura. Ai posteri (e agli episodi successivi) l’ardua sentenza, ma a noi piace propendere per la seconda ipotesi.

L’impianto del film rimane una meraviglia: esteticamente figlio dei film originari ma dotato di una fluidità di amalgama tra digitale e analogico impressionante, un taglio registico (fantastiche le sequenze con il Falcon) e di montaggio piacevolmente vintage (quegli scorrimenti a tendina sono sempre una gioia), riesce ad avere un impatto visivo sicuramente più ortodosso alla triade primaria rispetto agli episodi I, II e III. La colonna sonora del solito John Williams, sebbene difetti un po’ di spessore nelle tracce nuove, quando riprende i temi storici è sempre di una potenza abbacinante.

Cos’è che non funziona per niente allora? Anzitutto, i cattivi: Star Wars è il Lato Oscuro, prima ancora che la Forza. Dal cieco odio silenzioso di Darth Maul alla signorile classe di Dooku, dai mefistofelici inganni dell’Imperatore/Palpatine alla grezza e rozza bestialità di Grevious, fino alla placida tracotanza gangsta di Jabba e al folgorante Boba Fett, la saga ha sempre proposto, anche nei suoi episodi meno riusciti, dei villain assolutamente memorabili. Star Wars è Darth Vader e la marcia imperiale, è la Morte Nera e i fulmini dell’Imperatore. Kylo Ren invece è veramente poca roba: ancora passabile nella prima parte del film (diciamo finché non si toglie la maschera – momento tragicomico), in cui sembra semplicemente un cosplayer di Darth Vader con un’estetica appunto non originalissima ma tutto sommato discreta (e la tanto criticata spada con elsa medievale in fin dei conti non ci è dispiaciuta), patetico bambino viziato con skills deboli e dilettantesche nella seconda: fa i capricci e spacca tutto se le cose gli sfuggono di mano e le prende di santa ragione da una ragazza che ha scoperto l’esistenza della Forza quello stesso giorno. Speriamo in un’evoluzione futura che faccia acquistare al personaggio un po’ di spessore (lascia ben sperare l’addestramento profetizzato in chiusura), altrimenti siamo di fronte ad un imperdonabile errore di scrittura (e di miscasting).

Male anche la tanto pompata – a livello di marketng – capitano Phasma (per gli amici Brienne di Tarth), primo stormtrooper donna che non serve assolutamente a nulla: dà giusto due ordini che nessuno ascolta e abbassa gli scudi al primo che capita (e poi, alla fine ci è finita in quello scarico dei rifiuti – altra citazione – o no?). Boh. Su Snoke, apparentemente l’erede dell’Imperatore, sembra essere troppo presto per sbilanciarsi: speriamo per lui che il fare lo zuzzerellone con gli ologrammi non nasconda gravi disturbi da compensazione.

Bene invece i nuovi arrivati: Finn è un personaggio per ora non troppo carismatico ma Boyega tiene discretamente lo schermo e riesce a regalare qualche sorriso intelligente nei misurati ma riusciti siparietti comici (l’odiosa idiozia slapstick del mai troppo vituperato Jar Jar è fortunatamente solo un brutto ricordo), mentre è promossa a pieni voti quella che sarà presumibilmente la protagonista assoluta di questa nuova trilogia; Rey è credibile e Daisy Ridley superlativa, in una performance ben calibrata per un personaggio di fatto ancora tutto da costruire. Buono anche il nuovo droide BB8, sorta di R2-D2 versione 2.0. Passando invece al vecchio cast, elemento che sembra legittimare in automatico la bontà dell’operazione, tante lacrime e qualche bella occasione sprecata: splendida Carrie Fisher, in un’inedita versione di Leia triste, disillusa, fredda, distaccata e piena di rimpianti; i brevi ma devastanti scambi con Han Solo, colmi di non detti e frasi convenzionali, sono una pugnalata al cuore per chi si struggeva a quell’immortale «Ti amo» – «Lo so». Mark Hamill no, a recitare è sempre un cane e bastano quei 20 secondi finali per capirlo, ma lui è Luke Skywalker e può questo e altro. E in quegli ultimi, prevedibili ma assolutamente meravigliosi momenti ci sono tutte le lacrime e i brividi di chi con le avventure di questi tre ci è cresciuto.

E allora perché? Perché quella fine così ingloriosa per Han? Non si discute la scelta (opinabile ma legittima) di farlo uscire di scena, ma non così, non in una scena che oltre ad essere l’ennesimo tributo (chiedere a Obi Wan, che a quanto pare è ancora in giro) è troppo telefonata e mal girata per poter essere approvata. Incomprensibile poi come appena atterrati a missione conclusa Chewbe possa passare di fianco a Leia senza nemmeno uno sguardo, un abbraccio, una lacrima. Han Solo è morto, il migliore amico e l’amore della vita, e i due nemmeno si salutano. Lascia molto perplessi anche tutta l’impalcatura legata all’uso della Forza: troppo veloce l’apprendimento di Rey, troppo avanzati i suoi poteri nonostante l’assenza di qualsiasi tipo di addestramento, troppo macchiettistici e affettati gli sproloqui di Maz. Quasi sacrilego poi l’utilizzo spropositato della spada laser, arma da sempre elitaria e riservata unicamente a jedi e sith, da parte di chi non dovrebbe essere in grado di servirsene. «Useremo la Forza», «non è così che funziona». Eh già Han, l’hai detto.

Al netto delle (comunque importanti) lacune e perplessità di cui sopra, questo nuovo episodio rimane un ottimo film di intrattenimento per chiunque e un riuscito antipasto-prologo per i fan storici della saga, che ne discuteranno interminabilmente ma rimarranno inevitabilmente trepidanti per quell’ancora troppo lontano 2017. Solo allora sapremo se Luke, su quell’isola troppo simile a quella dove un po’ di anni fa si schiantò un certo volo Oceanic 815, avrà finalmente ripreso in mano quella spada che è rimasta tesa verso di lui, inafferrata, per troppi anni.

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