Recensioni

Più upbeat e captivating come dicono gli inglesi, cioè più energico e accattivante del suo pedante predecessore, il nuovo album degli Starsailor si presenta immediatamente come un lavoro più fruibile e aereo. Mentre il gruppo suona con rinnovato fair play, James Walsh canta con maggiore spontaneità accantonando in parte le proprie sfide personali con la famiglia Buckley.
Il merito va chiaramente ai produttori: Phil Spector, presente in due brani (Silence is Easy e White Dove), John Leckie in uno (Shark Food) e Danton Supple per tutti gli altri. Per Spector non occorrono presentazioni, per Leckie basti soltanto sapere che lavorato alla realizzazione di alcuni dei più famosi album rock della storia britannica (All Things Must Pass, Plastic Ono Band, Dark Side of the Moon, White Music, The Bends, Stone Roses) per Stupple a buon titolo si può concludere affermando che ha lavorato a tutto il resto (Morrisey, U2, Suede, Seal, Elbow, Pet Shop Boys, Doves, Simple Minds…).
Per Silence Is Easy, Spector prende a prestito il riff di Heroes (di Bowie/Eno) proprio come avevano fatto i Verve con Out Of Time degli Stones. Siccome il brano è anche il singolo-testa d’ariete del nuovo lavoro, le prime preoccupanti avvisaglie d’artefatto sbocciano spontanee. Se Osbourne era di fatto il quinto elemento in Love Is Here (Good Souls), Leckie, Spector e Stupple sono a tutto diritto i membri aggiunti di Silence Is Easy, solo che questa volta il pop sinfonico che mettono in scena è talmente ben arrangiato che dopo poco il dubbio diventa sentenza: c’è poco contenuto e troppa forma. Forse Music Was Saved dimostra freschezza anche al terzo o quarto ascolto, tuttavia è roba da b-side dei Verve, senza contare che il bridge è un riffarama eminentemente inutile messo lì per fare spessore all’inseguimento dei tre minuti da passare alle radio… Forse White Dove – con quella madreperlacea sospensione d’archi – è la serafica mestizia folk che stavate aspettando, ma è come una polaroid sovraesposta, mancano quei chiaroscuri che ad esempio un Lanegan non ci avrebbe certo risparmiato (stesso discorso per Bring My Love).
Nel complesso, è una vera e propria fiera delle ballate, o meglio del cliché stereotipato di esse, ciò che resta dopo trent’anni passati a fare i conti con Crosby, Lennon, Young, Buckley e così via fino a Travis, Coldplay, Verve e Radiohead. Le melodie ricordano puntualmente qualcosa di già sentito (White Dove sembra What’s Up Dei 4 Non Blondes prosciugata, Telling Them è pari pari Happy Christmas di Lennon, mentre il mood di Lady Stardust riecheggia palpabilissimo nella pioggerella di pianoforte che introduce Some Of US…), ma nulla di strano, è più o meno ciò che avviene in ogni fottuto disco di musica pop da che i Beatles hanno messo piede sulla terra. Però qui il problema salta alle orecchie causa la professionalità accademica della produzione: quell’organo, quegli archi, quella chitarra acustica stanno proprio dove dovrebbero e come dovrebbero; quel cambio di tempo in Born Again ha l’aria di una procedura contabile; canali saturi, voce colta a due passi dall’anima, umori segosi, rabbia domata, nessuna concessione al dubbio, il malanimo è plastico, la malinconia una pittoresca caligine..
In realtà – e tristemente – l’unica caratteristica peculiare degli Starsailor è ancora una volta la voce di Welsh, che sarebbe capace di interpretare in vibrato anche la lista della spesa, con quell’immancabile singhiozzo aspirato in fondo ai vocalizzi più sofferti, con quelle espettorazioni come un Nek che avrebbe voluto essere Jeff Buckley.
Musica senza mistero che succhia il sangue ormai rappreso del folk rock più nobile, che tarocca senza ritegno un decennio di brit-pop, che si asperge di soul non prima di averlo accuratamente pastorizzato. Undici titoli, ma non uno che ci ricorderemo fra un paio di mesi. Forse un po’ più di meditabondo silenzio – quel facile silenzio – avrebbe portato miglior consiglio.
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