Recensioni

Paesaggi come luoghi dello spirito, ma anche stati mentali. Si potrebbe racchiudere in questa frase il racconto della ventiduesima fatica in solitaria di Stephan Micus pubblicata dalla prestigiosa etichetta tedesca ECM. Il titolo Inland Sea rimanda alle aree caucasiche e all’Asia centrale, dove si trovano mari interni come il Caspio o il lago Baika, ma anche territori da cui provengono molti degli strumenti che nel corso della sua carriera ultraquarantennale il musicista di Stoccarda ha pazientemente collezionato, imparato a suonare e usato nelle proprie composizioni. Una geografia che, per accumulo ed esplorazione, oramai tratteggia un paesaggio sonoro personalissimo e riconoscibilissimo.
L’elemento che rende particolarmente affascinante questo album rispetto alla grande quantità di esperimenti esotici, più o meno new age, che circolano oramai da alcuni anni in Europa, è la capacità di Micus di appropriarsi di timbriche, fascinazioni sonore e micro-culture musicali e farle del tutto proprie. Non siamo di fronte, quindi, all’ennesima raccolta di brani tradizionali reinterpretati, e nemmeno a una riscoperta di un autore poco noto in Occidente (come nel caso dell’armeno Gurdjieff, per rimanere in casa ECM). Siamo invece davanti a un vero e proprio addomesticamento di un’etnologia sonora agli scopi espressivi dell’autore.
Per aiutarsi in questo lavoro, Micus ha deciso di dare la parte principale di queste dieci composizioni non a uno strumento asiatico, ma a un oscuro violino con i tasti incrociato con un’arpa che proviene dalla Svezia: la nickelharpa. David Harrington del Kronos Quartet, un altro che di strumenti bizzarri si intende, l’ha definita un “dinosauro” per il suono arcaico che viene fuori dall’interazione tra le quattro corde principali suonate con l’archetto, i tasti di legno e le corde “accessorie”. Micus lo ha scelto perché voleva un tocco europeo per questa sua personale idea di Asia centrale. Il risultato è un mix di eteree melodie, echi monacali, alture tibetane e bassezze da fiumi lenti, innodie scarne che si muovono entro nebbie avvolgenti e che intrappolano, come Circe che non vuole lasciar andare il proprio Odisseo.
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