Recensioni

6.9

I brividi e gli scossoni che il debutto non voleva (o non riusciva a) dare, erano stati evidentemente messi da parte per il secondo lavoro, questo Pig Lib partorito e firmato assieme agli ormai fedeli Jicks, al secolo Joanna Bolme (basso, tastiere e cori), Mike Clarke (chitarre) e John Moen (batteria e cori). Malkmus non perde certo quell’aria un po’ svagata da inguaribile giocherellone, ma orchestra le undici tracce del programma abbozzando una calligrafia nitida e spigliata: accelera e infittisce la trama, dissemina trovate e delinea coerenza, accende e smorza i toni lasciando sempre sullo sfondo una mai tanto accentuata propensione psichedelica, intendo proprio quella psych ruvida, rutilante e intossicata che germogliò intorno alla cuspide sessanta-settanta.

Sentire per credere: Sheets, con quel wah-wah flessuoso a rincorrere la melodia, la ritmica suppurante ed il bridge allucinato; l’incedere ebbro e slittante di Witch Mountain Bridge su curioso ordito country rock in deriva bluesy, quella One Percent Of One in cui per nove minuti collidono fantasie speziate Jefferson Airplane ed il trip incandescente dei migliori Crazy Horse, oppure l’alto tasso di acidità – reverse e distorsioni quasi hendrixiane – della fin troppo quadrata (Do Not Feed) The Oyster.

E ci sono ancora, come no, gli angoli acuti, le trame spezzettate, il caro vecchio lo fi post-poppettaro e crepitante (la stralunata eversione dell’iniziale Water And A Seat, l’irresistibile svagatezza narrativa di Vanessa From Queens – come un Lou Reed tolti tre quintali di cinismo), quelle spiazzanti ballate col cuore arrotolato nei calzini (la filigrana asprigna di Ramp Of Death, l’understatement aggraziato di Craw Song). Nel complesso, l’antica fragranza appare quasi del tutto recuperata, così come il piglio noncurante e vagamente minaccioso: insomma, più o meno quel che speravamo.

Certo, mancano vere e proprie grandi canzoni, però la cura e la definizione, facciamo pure l’amore per il manifestarsi del suono (l’uso disinvolto di organo e synth – quei bordoni ipnotici e quelle cosmiche increspature – il calore, la pienezza e la sottigliezza delle chitarre, l’intensità del comparto ritmico), lasciano indovinare un cambiamento di prospettiva, ovvero che la vis poetica di Stephen sia alfine pronta a manifestarsi con tranquilla protervia, libera dai – anzi indifferente ai – gravosi paragoni col passato, a quanto pare del tutto metabolizzati.

Tutto ciò non sarebbe pensabile senza una rinnovata fiducia nei mezzi propri e nella band, non a caso idealmente ripagata nella conclusiva Us, zampettante esercizio WilcoBelle & Sebastian tra dolcetti anfetaminici, nebbioline pop e fugaci spirali kraut. Al modo di meritati titoli di coda. Certezze, sì, destinate comunque ad essere rimesse in gioco poco tempo dopo.

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