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6.4

Riecco Stephen, il genio cazzone, il tenero bastardo, eterna matricola (college) rock con in tasca una mestizia per ogni disincanto. Chiusa non senza rimpianti (i nostri) l’illustre pratica Pavement, se ne esce con un esordio omonimo (ma suonato assieme ai nuovi compagni The Jicks) che stempera le forme, smeriglia il suono e chiarisce i dettagli. Un buon disco nel complesso, che però se conferma intatte le capacità di songwriting non riesce a dissimulare un senso d’accademia, quasi fosse timoroso dell’auto-confronto, di mostrare eccessiva discendenza e dipendenza dal passato.

Te ne accorgi da come si disinnescano a vicenda certe stravaganze affettate, dagli arrangiamenti mai tanto levigati. Lo avverti in quelle melodie ora soffici ora spigolose, attraverso la nebbiolina di puro mestiere, in quello scazzo insomma mai così organizzato. Fin dal ghigno bluesy dell’iniziale Black book per arrivare al fantasma (r)umoristico posto in chiusura, tutto ciò che appare bislacco e slegato sembra applicato ad arte, come tessere che devono incastrarsi per chissà quale senso del dovere – e chissà nei confronti di chi, forse del pubblico, dell’etichetta o della propria autostima. Vedi quella Troubbble tutta tastierina, campanellini, voce ebbra, ringhi storti di corde, sfrigolii ciber e un urletto risoluto a chiudere la pratica. Oppure l’accademia che pervade – dal mood all’assolo – il valzer di Churchon White. O il clownismo lennoniano più scontato che svagato di Vague Space.

Con tutto ciò, non cessa mai la consapevolezza di giocarsela in serie A, e in questo senso i coretti adesivi della sbrigliata Jo Jo’s Jacket o i filamenti psych a screziare la strategia power-pop di Discretion Groove tratteggiano un solo, irresistibile disegno sonoro. Nel quale le birichinerie come Phantasies (tra gridolini, vibrafoni giocattolo e siparietti liquidi) e Jennifer and the Ess-Dog (un Lou Reed adolescente senza centro di gravità né marciapiedi davvero laidi) si alternano a episodi strutturati come Deado (lo sberleffo diafano delle strofe – come un certo Beck – e il melanconico/ipnotico languore del ritornello – à la Grandaddy – tra nebulosi bordoni di synth) o come la ballatona Trojan Curfew (chitarra affilata, canto mesto, il ventre tiepido dell’organo, un po’ del soffice sconcerto Radar Bros, il nume Gram Parsons lassù).

Sappiamo dell’uomo (non è più un ragazzo, porco cane) e delle sue qualità. Ne abbiamo saggiato le trappole frizzanti, gli irrefrenabili squilibri, la delirante consapevolezza. Caratteristiche cui questo nuovo esordio sembra tendere ma di sottecchi, senza riuscire né a smarcarsi da cotanti modelli né ad avvicinarvisi soddisfacentemente. Comunque, se non altro, ci dice che Stephen è tutto intero. Deve solo smaltire le tossine e prendere confidenza con la nuova vettura. Per poi, come vorrà, accelerare. 

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