• ago
    19
    2016

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Mai come nell’ultimo anno è stata forte la tendenza dei big (star del pop, eroi dell’indie o bestseller rap) a produrre album maestosamente ambiziosi, lunghi (qui ci sarebbe tutto il discorso streaming-friendly), complessi, ricercati, forse pretenziosi, ma comunque lontani dalla frivola immediatezza che imperava qualche tempo fa. Sembra quasi che all’improvviso il music business abbia spalancato le porte ad opere concettuali, multimediali, acute, politicizzate e introspettive, smettendo di inseguire spasmodicamente la canticchiabile hit radiofonica. Anche se un giorno rimpiangeremo un periodo come questo con l’asticella qualitativa del mainstream (almeno su formato album) ai massimi storici, di tanto in tanto è necessario rituffarsi nelle melodie a presa rapida e nella leggerezza. Un modo profittevole per farlo è perdersi nei meandri della categoria pop di Bandcamp, un folto sottobosco di artisti e band che non hanno necessità di sorprendere e convincere pubblico e critica infiocchettando tutto con effetti speciali.

Capita così di imbattersi in piccole, graziose release prive di elementi originali e di qualsiasi velleità di spessore, in grado però di regalare qualche minuto di genuina spensieratezza. È il caso di Ocean Blue EP degli svedesi Stephen’s Shore. Pochissime le informazioni disponibili in rete ma dalle foto – e dal numero di chitarre a disposizione – i quattro di Stoccolma sembrano musicisti con una certa esperienza (e probabilmente provenienti da altre formazioni). Una situazione per certi versi similare ai connazionali e non troppo distanti Swedish Polarbears, arrivati all’album d’esordio solo qualche mese fa dopo oltre dieci anni di attività. Musicalmente sono le influenze dichiarate («Dreamy Jangle Pop, Paisley Underground, The Californian Desert») a parlare per loro: poco altro all’interno dei quattro brani che compongono l’EP. Ocean Blue è una delle tracce jangle pop più cristalline degli ultimi anni, vivace e trascinante nell’equilibrio tra chitarre (Rickenbacker con ogni probabilità) e le melodie nostalgicamente solari disegnate da Erik Undéhn (una sorta di moderno Robert Wratten). Dinamiche più distese e tipicamente Real Estate in If You e memorie del versante maggiormente post-byrdsiano della stagione paisley nell’ottima Turn Your Head. La conclusiva Let’s Go Home, pur non uscendo dai binari del jangle pop, si avvicina invece all’indie anni Dieci con una strofa che ricorda (un po’ troppo?) Georgia degli Yuck.

Difficilmente usciranno dal ristretto giro di appassionati (se non ci sono riusciti i Line & Circle con un disco così ben confezionato…), ma Ocean Blue è un EP fresco e piacevole che accarezza il viso come la prima brezza autunnale.

11 Ottobre 2016
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