• Gen
    18
    2019

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Matador

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Tre anni fa, all’indomani della pubblicazione di Eyes On The Lines (suo primo lavoro su Matador), Steve Gunn perse suo padre dopo una lunga battaglia combattuta da quest’ultimo contro un tumore. E se già il suddetto precedente lavoro del songwriter conteneva velati riferimenti al suo rapporto col genitore – definito nella nota stampa «un saggio, tenace e spiritoso uomo di Philadelphia» – riscoperto proprio durante la malattia, ovvio come questo The Unseen In Between non potesse non essere segnato dall’elaborazione del lutto, e allo stesso tempo non rappresentare un’accorata e fiera elegia al defunto babbo.

Ma non è una spalla su cui piangere, quella che ci chiede il talentuoso e prolificissimo (una quindicina di lavori – tra dischi in proprio, split e collaborazioni – dati alle stampe in poco più di un decennio) compositore americano, quanto la disponibilità a sintonizzarsi insieme a lui sull’assunzione di un’ottica non convenzionale. Trovare il bello nelle cose trascurate, come appunto fu il rapporto con suo padre prima della scoperta del male incurabile da cui questi era afflitto, è il nuovo motto. Per questo, i nuovi brani si concentrano su aspetti che potrebbero sembrare secondari e le storie ivi raccontate sono tutto fuorchè di rito. Non è di rito, per dire, narrare – come avviene in Luciano – della chimica tra il proprietario di una drogheria e il suo gatto, un amore implicito di gentile obbedienza e gesti pacati, fino a chiedersi che ne sarà del padrone una volta che l’animale non ci sarà più; oppure ragionare – come avviene in Lightning Field, brano ispirato dall’artista contemporaneo Walter De Maria e dalla sua installazione di 400 aste luminose di acciaio inossidabile nel deserto del New Mexico – sul fatto che l’arte possa far “cilecca”; o ancora, umanizzare – come accade in Vagabond – un ricco cast di personaggi le cui vite sono andate alla deriva.

Prodigi dell’essere un “nothing sky” che si muove nel mondo e incontra sulla sua via i personaggi più disparati, alcuni dei quali illustri e che lo hanno addirittura seguito in studio. All’album, infatti, hanno partecipato il direttore musicale di Bob Dylan, Tony Garnier, al basso, il cantautore folk californiano Meg Braid ai cori, James Elkington alla consolle e l’ingegnere Daniel Schlett alla lavorazione del suono. Musicalmente, siamo dalle parti del più classico psych-folk à la Kurt Vile (di cui Gunn è sodale nei Violators) e, soprattutto, Jonathan Wilson. Le canzoni, costruite spesso a partire da un riff di chitarra imbastito e trapuntato con maestria da costumista, si caratterizzano per i suoni puliti in avvio ma sporcati, dilatati e stratificati via via che la sabbia nella clessidra fluisce verso il basso. È il tempo che scorre, altro concetto che rientra nel campo dell’“unseen”, perché – si sa – l’essenziale è sempre invisibile agli occhi.

18 Gennaio 2019
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