Recensioni

“Arpeggiare pallido e assorto”, parafrasando il Montale più scolastico e conosciuto. Potrebbe essere questo un buon viatico per introdursi nel mondo, invero già piuttosto noto stando ad una corposa discografia, dell’ex Emeralds, Steve Hauschildt. In primis, perché è lo stesso trentenne americano a indicarci la via già al secondo pezzo, intitolato guarda caso proprio Arpeggiare, dove, ligio al dovere, spalma su un tappeto di pochi minuti una serie di suoni melanconici, umorali, intimisti e insieme universali e trascendentali. In secondo luogo perché quel pezzo, così evidentemente marcato sin dal titolo, si fa paradigma dell’intero processo compositivo alla base dell’album, delle sue finalità e, a questo punto, anche del concetto musicale dell’Hauschildt solista.
Distese cosmiche come nella miglior tradizione della (fu) casa madre ma ovviamente prevalentemente digitali, synth-driven, basate su textures dilatate e dagli umori malinconici, oltre che molto spesso rese fluide e gassose al limite dell’evanescente. Disegna visioni, Hauschildt, e lo fa con un gusto che chiunque abbia seguito le avventure degli Emeralds conosce e gli riconosce, ma qui è la mancanza di misura a pregiudicare non tanto la riuscita del lavoro – la stoffa c’è, le capacità pure – quanto il catturare l’attenzione dell’ascoltatore per tutti i lunghi, eccessivi 70 minuti di durata. Cosa che per un musicista che si colloca nel flusso dei corrieri cosmici moderni, risulta fortemente penalizzante.
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