Recensioni
Instancabile, febbrile, cazzone, capace di aspro lirismo e anarchica intensità, Steve Mackay è un sassofonista, anzi – per i rockettari impenitenti – QUEL sassofonista che sta fra i credits di Fun House, il formidabile secondo album degli Stooges. Tanto folgorante quel capitolo da mettere in ombra tutte le succesive voci curricolari, che pure sono disparate, annoverando collaborazioni con Jello Biafra, Violent Femmes, Dirtbombs e persino i nostrani Zu. Il qui presente Sometimes Like This I Talk – terzo album a suo nome – ci offre uno spaccato della propensione ad allestire combo più o meno (Radon Ensemble, Carnal Kitchen…) estemporanei per sbrigliare l'estro in bilico tra ipotesi free, rockaccio inacidito e cavalcate visionarie.
Nelle tredici tracce in scaletta, tutte registrate live, Mackay compare da solo, in duo, terzetto, quartetto e via andare fino al nonetto (tra Mingus e l'hard rock) di Song For Baghdad. Un vero e proprio calderone di musicisti tra i quali ricorrono più spesso di altri i nomi del polistrumentista giramondo Kamilsky e del vecchio bucaniere della quattro corde Mike Watt. Peregrinazioni sordide e pensose (la splendida The Prisoner), motorismi psichici (gli Stereolab scorticati di Lament For The Leaving Of The Isle Of Lewis), rumbe erratiche (Lost In The Fog), boogie caciaroni (Dead Chevys), cabaret beffardi (Stradivarius' Cat) ed esotismi elusivi (Rue Interdit d'Afficher), sono lo spettacolo d'arte varia di questo scellerato dinosauro che non ha perso il gusto di azzardare.
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