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La saga di Rocky era sempre stata come il suo protagonista: a dispetto delle avversità, era sempre riuscita a rialzarsi. Anche quando era stesa al tappeto e l’arbitro era quasi arrivato a contare fino a dieci, c’era sempre stato un sussulto d’orgoglio a rimetterla in piedi: accadde con il sesto capitolo, che nel 2006 riaprì dignitosamente un’epopea iniziata a metà degli anni Settanta e che nel 1990, col quinto episodio, l’ultimo di quelli canonici, sembrava definitivamente chiusa; e accadde con il primo Creed, risalente a quattro anni fa, in cui Rocky, oltre a diventare l’allenatore del figlio del suo defunto amico Apollo, doveva combattere con un tumore.

Qualsiasi tentativo di rianimare la serie sarebbe stato bollato come una cagata, non ci fosse stato Sylvester Stallone, che in questo personaggio ci ha sempre messo tutto se stesso fin da quando, da attore semisconosciuto, insistette con i produttori per essere lui il protagonista del primo film, ponendo la cosa come conditio sine qua non per vendere i diritti della sua sceneggiatura. E alla fine l’ebbe vinta.

Adesso però il colpo da KO sembra essere arrivato. Creed II potrebbe essere la pietra tombale su un’epopea lunga una vita e che, come Il Padrino, ci ha fatto sentire parte di una famiglia. Rocky, come i Corleone, era nostro padre/fratello/zio/cugino, una persona quasi reale, forse anche una persona cara. Forse Rocky Balboa è esistito davvero, forse erano veri i suoi incontri sul ring, i suoi avversari; forse i match con Apollo Creed si sono combattuti sul serio, magari ve n’è traccia sui giornali dell’epoca e da qualche parte qualcuno ne conserva la videoccassetta registrata; forse sono esistiti davvero Adriana, lo zio Paulie e Mickey; e forse esiste (ah no, quella c’è davvero) la famosa statua in bronzo a Filadelfia. Vero o no, ma che importa?

L’incanto però adesso si è spezzato con quest’ultimo capitolo, che poi magari non sarà l’ultimo in senso assoluto ma di sicuro sarà l’ultimo per Stallone, il quale ha già annunciato che non vestirà più i panni del suo personaggio più famoso. Poteva finire meglio? Sicuro. Perchè Creed II è un pallido amarcord con agganci evidenti al quarto capitolo della saga, quel Rocky IV in cui Sly sfidava Ivan Drago, l’uomo di ghiaccio venuto dalla Siberia, quello del «ti spiezzo in due» che qui torna nelle vesti di underdog rinnegato dalla sua stessa madrepatria dopo l’umiliante sconfitta subita da Rocky, alla ricerca di un’improbabile rivincita, stavolta non in prima persona ma come allenatore del figlio Viktor che, a sua volta, dovrà sfidare il pupillo e allievo di Balboa, ossia il campione del mondo Adonis Creed, figlio di Apollo, che proprio per mano (anzi, per pugno) di Drago perì sul ring nel lontano 1985 (anche questo forse è accaduto davvero).

Insomma Rocky e il suo ex avversario (naturalmente interpretato dallo stesso Dolph Lundgren) si sfidano di nuovo, seppur per interposta persona: sembra uno spin-off de I Mercenari, anzi peggio: uno di quei crossover obbrobriosi à la Alien vs. Predator o Freddy vs. Jason. Peraltro Stallone qui è solo un comprimario: il protagonista è Michael B. Jordan nei panni di Creed Jr., e la storia prende le mosse dalla fine del film precedente, in cui lui diventava campione del mondo. In Creed II c’è tutto il campionario di luoghi comuni tradizionalmente presente nei film di Rocky: il pugile buono contro quello cattivo; la conferenza stampa pre-incontro che si trasforma in rissa prima ancora di salire sul ring; il match che arriva a metà film e si capisce subito che il protagonista, appagato dai trionfi, lo perderà (come in Rocky III); i ritrovati occhi della tigre dopo la batosta subita; gli allenamenti ai limiti della sopportazione fisica che porteranno lo stesso eroe caduto in disgrazia a sfidare di nuovo il suo avversario, e stavolta a batterlo.

Resta tuttavia assente il carico di tensione politica che caratterizzò il summenzionato Rocky IV. Un film di propaganda, lo chiamarono. I buoni (gli occidentali) contro i cattivi (i sovietici). Anche in Rambo 2 e 3 i russi erano sempre dipinti con la faccia truce. Drago era la versione sportiva del colonnello sovietico che in Vietnam torturava i prigionieri, ma a differenza di quello, lui alla fine prendeva atto della sconfitta e andava a congratularsi con l’avversario (non come quell’antipatica di sua moglie interpretata da Brigitte Nielsen, peraltro presente in questo secondo Creed con un cameo).

L’abbiamo detto, però: eravamo nel 1985, all’alba della Perestrojka. Ancora qualche anno e l’Urss sarebbe implosa. Oggi invece tra est e ovest non c’è più differenza, è tutto globalizzato, e Adonis che va a combattere in Russia portandosi dietro la promessa sposa stellina del pop internazionale (quindi anche lei globalizzata: e infatti canterà nella cerimonia di apertura dell’incontro in uno stadio Luzhniki strapieno) non fa più lo stesso effetto. Anche l’essersi allenato al caldo del deserto californiano non fa sembrare il protagonista un centimetro più lontano dalla gelida Mosca dove si tiene l’incontro finale. Insomma, nel voler rievocare  i tra(gi)tti dell’illustre predecessore, quest’ultimo film della serie ne risulta quasi una parodia, anche perchè sceglie incautamente di misurarsi con quello che fu forse il migliore tra i sequel di Rocky nonché uno dei film più belli degli anni Ottanta, perlomeno per chi è cresciuto a pane e Goonies. Tuttavia, c’è da considerare che un film brutto – e questo film è brutto davvero – è forse il miglior modo per chiudere la saga senza rimpianti. Diversamente, saremmo rimasti con la voglia di un nono capitolo.

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