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Cosa aspettarsi dal quarto film della serie, realizzato da Steven Spielberg dopo ben 19 anni dall’ultimo (Indiana Jones e l’ultima crociata) e che ha visto infinite traversie e riscritture prima di arrivare in porto? Si è scettici come del resto con i tanti ritorni annunciati, anche in campo cinematografico. E non a torto.

L’ultima avventura del famoso archeologo ricalca le precedenti, per ritmo, struttura e temi e sfugge il senso del progetto, se non come ricapitalizzazione della saga ad opera del produttore George Lucase in vista di una sua futura continuazione (come si è potuto intuire alla fine del film, quando il giovane erede del Nostro tenta di raccogliere da terra il cappello di Indy). Un ritorno in un prossimo futuro, come potrebbe essere probabile.

Si riparte dagli anni ‘50 (1957 precisamente) e non poteva mancare l’inizio particolarmente movimentato, che riprende da dove era terminato I predatori dell’Arca Perduta, nel deposito dell’esercito in cui era finita l’Arca, per proseguire come da copione alla ricerca di un misterioso teschio di cristallo, affastellando via via guerra fredda, CIA e KGB, test nucleari, persino gli extraterrestri, tema comune alla fine dei Fifties, troppo di tutto insomma.

Non mancano autocitazioni, sia di Lucas (gli anni ’50 alla American Graffiti e insieme all’estetica de Il selvaggio con Marlon Brando, i riferimenti a Guerre Stellari), che dei precedenti episodi della serie (il ricordo del padre Sean Connery, dell’amico e collega Marcus Brody, della ricomparsa fidanzata Marion Ravenwood / Karen Allen presente nel primo episodio I predatori dell’Arca Perduta). 

Questa volta non è più molto evidente ilsenso artigianaledella serie, si è ricorsi invece a un massiccio uso degli effetti digitali e si nota, in mezzo alle molte scene d’azione con stuntmen. Un mix insomma di vecchio e nuovo, aggiornato alle tecnologie presenti. Vista l’età del protagonista (va da sé che qui ha usato controfigure rispetto ai precedenti episodi), si sarebbe gradito un ritorno più tranquillo, più in linea con un’evoluzione verso la maturità anagrafica di Indiana. Che stona vistosamente nei panni dell’ex-atletico eroe, avendo irrimediabilmente perso lo smalto del passato. D’altra parte, l’ironia sull’età del protagonista, già nel film precedente nei confronti dell’anziano padre Connery, qui è presente in misura minore, anzi si esagera nell’effetto opposto, con Indy che sprona il figlio all’azione. Vorrebbe essere autoironia, si suppone. Insomma non c’è più sorpresa a questo punto della saga, tutto sa di già visto, anche i cattivi (la dura Cate Blanchett, caricaturale antagonista sulla scia di quelli presenti nei tanti James Bond).

La sceneggiatura, già al vaglio di parecchie mani e passata alla fine a David Koepp, è un punto debole del film, piena di troppi elementi, e nella quale alcune dinamiche restano irrisolte, come il rapporto padre-figlio, che avrebbe necessitato di maggiore spazio, come accadeva nel penultimo episodio con Connery. E il finale mieloso con il matrimonio con l’amata Marion, sa di posticcio e senile.

In sostanza un episodio inutile che nulla aggiunge al mito, anzi lo danneggia. Si spera sia l’ultimo con Ford, in vista di un passaggio di testimone necessario.

29 Giugno 2008
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