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Alla fine degli anni Sessanta, la situazione in Vietnam non si mette affatto bene e il governo americano si nasconde, come i soldati dipinti tra le foreste tropicali. I capi di Stato mentono sul bilancio di una guerra senza senso, sugli omicidi di massa commessi dalle proprie truppe, mentre a casa i manifestanti protestano sotto le finestre del potere contro un’operazione bellica di fatto ingiustificabile. Il clima è teso alla Casa Bianca, con il presidente Nixon che teme la sfiducia del suo popolo (quando il gradimento era sceso sotto il 50%) e decide di eliminare ogni possibile intralcio alla sua affermazione. A cominciare dalla stampa, il “guardiano della democrazia” e della libera informazione, che poco più tardi, nel 1971, avrebbe rivelato i settemila documenti top secret denominati Pentagon Papers, lasciando alla storia i suoi nuovi eroi.

Gli eroi di questa storia si chiamano Kay Graham e Ben Bradlee, e sono i protagonisti dell’ultimo lavoro di Steven Spielberg, The Post, dove ancora una volta il passato della politica viene utilizzato come semplice premessa; un incoraggiamento che il regista si autoimpone per trovare la solita e soggettiva interpretazione degli eventi cruciali del racconto civile e stipulare un trattamento personaggio-centrico in maniera da renderlo universale per qualsiasi tipo di pubblico, bambino o adulto, appartenente alla vecchia o alla futura generazione. Accadeva già in Lincoln, il film che più si avvicina per intenzioni a The Post, solo che stavolta – vuoi per destino, vuoi per un’accurata aderenza ai tempi che corrono – è una donna a muovere l’azione, ed è lei la spinta narrativa e la portatrice della morale del racconto.

Che Spielberg sia un grande storyteller, forse il più grande di quelli viventi, è un fatto noto, ma la qualità del suo “pensiero” cinematografico sembra procedere con la naturalezza e la freschezza tipiche della gioventù: nessun movimento di macchina resta ingiustificato, nessun primo piano o leggero ruotare intorno agli attori risulta meno poetico o significativo rispetto a tutti quelli girati nei suoi (grandi) lavori precedenti, perché ad ogni film Spielberg è come se rinnovasse l’amore verso l’arte in un bisogno di superarsi e non accontentarsi mai. Il ritmo lento, ma assolutamente necessario per l’incedere di questa sottotrama thriller, di The Post accompagna scena dopo scena un racconto di una modernità impressionante, dove alle tematiche sociali (la responsabilità della stampa, il coraggio di dire la verità, la subordinazione delle donne in ambienti prettamente fallocentrici) si lega intimamente la celebrazione del cinema come mezzo per comprendere attraverso la costruzione, la fantasia, l’entusiasmo, il coinvolgimento emotivo e la meraviglia.

Prima donna alla guida di un quotidiano (il Washington Post), la Kay Graham ritratta da Meryl Streep è quanto mai preziosa per aprire un varco nella discussione attuale sul potere femminile nella società contemporanea. L’attrice, insieme a Spielberg – e alla straordinaria sceneggiatura di Liz Hannah e Josh Singer – si impone come la figura del silenzio che finalmente trova voce, e lo fa con assoluta grazia, senza scalpitare, in una di quelle prove attoriali che dimostrano (ancora una volta) la consolidata maturità e la misura dei gesti dell’interprete. Contro ogni facile provocazione, contro la trappola servita di trasformare questo personaggio in un’icona femminista d’epoche lontane, The Post ci insegna – e ci ricorda – il senso universale della lotta nei luoghi di lavoro, nelle case, nei rapporti con il prossimo, grazie alla contrapposizione di immagini (d’altronde a Spielberg non serve altro per raccontare) e al potere dell’immaginazione. Perché sognare un mondo simile a quello del film sembra ancora possibile, dentro e fuori la sala.

1 Febbraio 2018
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