Recensioni

A Steven Wilson piace giocare pesante. Questo lo possiamo dare per assodato, se al quarto disco della sua quasi decennale carriera solista sceglie di puntare tutto sul versante meno interessante della sua produzione. La vena pop era sempre stata portata avanti come filone parallelo al rock progressivo smaccatamente anni ‘70, ma in forme minori per quantità e risultati: i dubbi che potesse reggere da sola un intero disco erano molti, e quasi tutti fondati. Invece, Hand. Cannot. Erase. si rivela non solo un album dalla sonorità profondamente coesa, ma un’aggiunta fondamentale e ben riuscita al linguaggio musicale di un artista che in quanto a poliedria non aveva più niente da dimostrare a nessuno.
Via il metal, quindi: ne restano soltanto vaghi ricordi, per lasciare spazio ad un filone quasi cantautorale che partendo dagli ultimi Porcupine Tree (I drive the hearse) ripercorre le più recenti ballate wilsoniane (Drive home, The raven that refused to sing), fino ad arrivare ad una musica che ha melodie troppo sfacciate per essere rock ed è troppo complessa e sovrapprodotta per essere pop vero e proprio. Progressive pop, insomma. Via anche gli anni ‘70: niente fiati e una dominante patinatura tipicamente Eighties dietro cui si cela uno studio delle canzoni che sfiora la maniacalità. Il cambiamento si sposa bene con l’attitudine di Wilson, ma rischia di essere indulgente: nonostante i quasi cinquant’anni di età la voce resta immacolata, ma tende troppo spesso ad un eccesso zuccheroso nell’armonizzazione delle parti, rischiando di diventare stucchevole. D’altro canto questo è l’unico errore di intemperanza che si può imputare a una produzione praticamente perfetta. Fin troppo perfetta: ogni elemento è pesato col bilancino e le tracce sono spesso incasellate dentro un dover essere limitante che le porta ad avere un andamento a scatti, in cui le cesure sono talvolta macroscopiche: in particolare, ogni canzone deve avere un assolo e un ritornello californiano, oltre a un confronto serrato tra sonorità scure e chiare, poco importa che questi elementi appaiano slegati dal mood del brano – nel caso del ritornello di Home invasion – o dallo stile wilsoniano, con l’assolo di Routine che si avvicina addirittura a Mark Knopfler.
Le canzoni restano molto variabili in durata (dai tre minuti scarsi di Transience ai tredici di Ancestral) e mantengono una scioltezza imprevedibile su armonie generalmente meno elaborate di quelle a cui eravamo abituati, e questo è il merito più grande dell’intero album: i precedenti confronti di Wilson con la melodia si erano risolti con dei tonfi sordi, o poco più. Il risultato ottenuto da questo disco è decisamente superiore, sia per la grana delle canzoni, sia per l’abilità con cui viene orchestrata la transizione dai timbri caldi delle prime tracce a quelli più cupi delle ultime. Come al solito i grandi nomi non mancano: se però Guthrie Govan e Adam Holtzman appaiono sacrificati e gli assoli per lo più accessori, spicca la sezione ritmica, col basso di Nick Beggs e la batteria di Marco Minnemann, che pur costretti a lavorare di cesello per la maggior parte del tempo, riescono a farsi notare ed apprezzare per raffinatezza nei momenti più delicati e per la grande energia dei momenti più concitati, che comunque non mancano e sono sapientemente disposti per tutta la durata del disco. A differenza del precedente The Raven that Refused to Sing i modelli non sono più molteplici e le derivazioni non sono più omaggi, ma veri e propri prestiti: la presenza dei Pink Floyd è organica, intrinseca al tessuto delle canzoni, e l’influsso si avverte chiaro e forte per tutta la la durata dell’album. Seppur rielaborando con una buona autonomia, Wilson non riesce a riscattarsi dall’etichetta di epigono che di fatto si merita. Ottimo, ma pur sempre epigono.
Anche per questo motivo, Hand. Cannot. Erase. è un disco per la critica: il timore di fare un passo più lungo della gamba porta tutte le canzoni ad avere almeno un momento di quella freddezza tipica dei pezzi studiati a tavolino, cosa che non dovrebbe avvenire in un disco in cui la parola love è la più ripetuta e si parla moltissimo del rapporto tra fratelli. Alla lunga questo finisce per essere il limite più grande dell’intero prodotto, e lo si capisce quando di fronte ad un pezzo breve, semplice e privo di fronzoli come Transience si ha di fronte un’intensità emotiva superiore a quella di tutte le altre canzoni, vittime di una composizione a tratti troppo virtuosistica e inutilmente complicata. Sacrificando l’accessibilità, Steven Wilson riesce comunque a confezionare un disco pressoché impeccabile, dove anche la copertina è bellissima e nessun brano ha argomenti tanto banali da convincere l’ascoltatore a saltarlo. Come dire? Ci si può accontentare.
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