• ago
    18
    2017

Album

Caroline International

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Per parafrasare un tormentone del calcio, l’infaustamente famoso detto che si applica a questa o quella squadra del momento che “vince e convince”, viene da chiedersi se SW “piace e si compiace”. Piacere, piace: oramai gli riconoscono spazio e riservano ovazione tutti, il quotidiano la Repubblica compreso, tanto per citare un organo di informazione extra settore. Che la musica underground non la tratterebbe mai, se fosse davvero tale (ma le parole “underground” o “indie” sono solo un esempio delle tante che vengono usate a sproposito). Piace perché pare che nessuno dei grandi vecchi del prog – ma non solo – riesca a fare a meno del suo talento da smanettone. Da Robert Fripp – che sappiamo essere prima il Re Cremisi e a seguire il Re di Paturnie – a Ian Anderson, dai Roxy Music ai Gentle Giant, dagli Yes a Steve Hackett, ma anche XTC e Tears For Fears, hanno messo nelle sue dorate manine, per rivitalizzarlo sonicamente, il patrimonio di una vita artistica. E la lista di chi si affida al piccolo demiurgo si espande costantemente.

Piace perché continua a raggranellare partner “attivi” coi quali espandere la rosa degli innumerevoli progetti. Piace perché la sua discografia – che vende bene – è oramai sterminata e i concerti sono “frequenti e frequentati”. Piace perché a forza di ricoprire ruoli – icona prog, cavaliere dark, pop quasi-star, rocker underground: tutto quello che sfoggia in To The Bone – SW è diventato (inter)nazionalpopolare. Piace un po’ a tutti. Ha pure la faccia, il fisico minuto di chi instilla un certo senso di protezione, e il piglio del bravo ragazzo: non beve, non fuma, è vegetariano. I giornali di prog – ma anche il sito web di La Repubblica – dovrebbero fare un sondaggio per sole donne, che si dice manchino tra le schiere dei fan del progressive: SW risulterebbe il primo prog rocker da sposare, ma anche il primo prog rocker che piace alle mamme (e non ha ancora messo su famiglia: diamoci da fare, ragazze!).

Come già detto, il sesto album da solista di SW è il compendio della sua arte. Contiene tutto quello che il genietto di Hemel Hempstead ha sin qui messo in mostra, da solo o con questa o quella sigla. Nulla di nuovo, allo stesso tempo nulla che non funzioni. Piacevole, ben eseguito, a tratti trascinante, centellinato, immancabile il brano per macerare le proprie pene come, per contraltare, la sciocchezzuola disco-pop (Permanating) che potrebbe fare da grimaldello per il perpetuo radio airplay. C’è soprattutto Detonation, nove minuti deflagranti. Ci mancherebbe non avesse una resa sonora sontuosa. I musicisti, bravi e rodati, sono in buona parte quelli che accompagnavano Wilson nello scorso tour. Il nome imprevisto è quello di Andy Patridge (XTC), che compare come co-autore di un paio di brani. Manca solo una cosa, forse due: la scintilla dell’emozione (vera) e della sorpresa (vera). La stessa sensazione provata all’ascolto di Apple Venus, capitolo finale della gloriosa storia degli amati XTC.

Ma come ben sappiamo, in medio stat virtus: (SW piace e) questo disco piacerà. In modo (inter)nazional-pop-olare. Del resto, considerate le molteplici copertine sulle quali campeggia la sua foto – faccia da eterno ragazzino, occhiali da intellettuale, non un capello bianco a 50 anni suonati – o un disegno che lo ritrae, ho anche il sospetto che SW si compiaccia.

11 Agosto 2017
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