Recensioni

Negli ultimi trent’anni Sting si è praticamente cimentato in ogni musica tra quelle compatibili con un’idea AOR – leggi, “musica radiofonica per adulti” – di popular music. Per questo, a differenza dei Police, universalmente (o quasi) riconosciuti come un capitolo importante nella storia della wave come del rock, è in egual misura amato ed odiato alla stregua di un Phil Collins, pur mantenendo per bene le distanze da lui con compiaciuta posa da britannico benestante, intelligente e attivista. Non è un caso che Englishman in New York sia la traccia più suonata dai rivenditori di alta fedeltà (dopo quelle 3 o 4 dei Pink Floyd) dalla sua uscita in avanti. E proprio quel brano, assieme alla ballad Fields Of Gold e All This Time (che era il singolo smaccatamente Paul Simon del suo album più bello e profondo, The Soul Cages), è rimasto il marchio più indelebile della variegata e cristallina produzione di un songwriter che per sintesi sonora, estetica ed etica, è da sempre perfettamente sovrapponibile all’ideale di una borghesia allo specchio, onnivora e sensibile nei confronti delle cause civili e ambientali.
Negli anni ’80 erano in pochi a ridimensionarne l’effettivo valore musicale, anche perché la sua musica aderiva piuttosto bene agli usi e consumi dominanti. La generazione che lo aveva messo su un piedistallo, e che all’epoca trainava l’economia, aspirava per sé alle stesse sue cose, e lui, salutista, in fissa con lo yoga, con un piede in UK e l’altro in Toscana, si dava un gran da fare per cambiare temi e formati, scegliendo vie sempre diverse nel giocarsi il romanzo patinato della sua e delle vite di cui raccontava storie e avventure con rotonda destrezza. Arrivato al 2003, aveva cantato un pezzo di Nek, e con il tronfio Sacred Love (un album tra pop, dance, blues e derive etniche, degno della famiglia Iglesias) si era consegnato al mondo come pura ostentazione di un brand, una adulta popstar pienamente a proprio agio con lo status raggiunto (vedi anche l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine dell’Impero britannico conferita in quei mesi). Quell’anno si congedò dalla pubblicazione di album intesi come raccolte di canzoni inedite (senza finalità correlate), una pausa durata praticamente fino a ieri. Sono seguiti dischi sulla Deutsche Grammophon composti da musiche barocche (Songs from the Labyrinth) e canti tradizionali ispirati al tema dell’inverno (If on a Winter’s Night…), una raccolta di riarrangiamenti orchestrali, grazie alla Royal Philharmonic Orchestra, di brani di repertorio (Symphonicities) e musiche pensate per ideali musical (il precedente album The Last Ship). Tutto passato come l’acqua sotto i ponti.
57th and 9th è il disco che lo riporta alle canzoni canzoni e che prende il nome dall’intersezione di strade, ad Hell’s Kitchen (New York), che il musicista attraversava ogni giorno per recarsi in sala prove, dove in relativamente poco tempo (3 mesi) è nato un album suonato assieme ad alcuni session man. Le registrazioni, secondo disposizioni dello stesso Sumner, dovevano rispondere a un’idea di urgenza compositiva, e con quella è tornata anche la voglia di un po’ di sano rock. Dominic Miller non è certo Andy Summers e Vinnie Colaiuta non è paragonabile a Stewart Copeland (poche storie: sono esecutori), ma I Can’t Stop Thinking About You, lead single del disco, è senz’altro quel piacevole esercizio di stile basato sullo spirito e gli arrangiamenti dei Police altezza 1980, cosa che non era mai accaduta durante l’intera carriera solista di Sting. Nell’economia di un disco che vede in 50,000 l’altra botta energetica nonché il brano clou (è stato scritto una volta saputa della morte di Prince ed è idealmente dedicato alle rock star decedute quest’anno), la mossa è da intendersi all’interno di un quadro promozionale, dato che il disco non è proprio il ritorno al rock’n’roll che la stampa mainstream, fomentata dallo stesso musicista, automaticamente ha indicato. Sting non ha rinunciato alle sue rotondità emozionali, alle buone maniere, alle ballad barocche à la Last Ship (Heading South on the Great North), al jazz rock che fu la sua prima fissa dopo i Police (If You Can’t Love Me), all’etnica iper prodotta di Brand New Day (la fastidiosa preghiera per gli immigrati Inshallah) e alla canzone dedicata ai temi ambientali (One Fine Day, Petrol Head).
Nelle interviste il Nostro parla di quest’album come della summa del suo percorso artistico fin qui, e la definizione è senz’altro appropriata. Del resto se è questa la prova ideale con la quale misurare la portata dell’uomo, abbiamo un musicista senza macchia né acciacchi che in studio sa esattamente ciò che vuole fare e come ricreare le alchimie dietro a canzoni di sicura e funzionale presa radiofonica con il proverbiale risvolto sociale e di costume. Mettici un po’ del solito compiacimento ed ecco il musicista del jet set che si è concesso in scioltezza una nuova capatina musicale, questa volta tra la 59° e la 9°, prima di tornare a curare terre, famiglia e possedimenti. È paradossale pensare a quanto di buono abbiano fatto i Police anche solo sul lato del songwriting più potabile per le radio (indimenticabile, per non perderci in listati, la ballata sul controllo Every Breath You Take) e quanto Sting da solo, al netto di qualche valida svirgolata jazzy, abbia soffiato profumate fragranze alla vaniglia negli occhi degli ascoltatori lungo la sua intera carriera. Vestendo i suoi dischi delle produzioni pop più ambiziose e massimaliste, non ha mai composto un So (Gabriel), e figuriamoci un Graceland (Simon). E sì che ne aveva tutti i mezzi, il talento e le capacità. Energie che qui ritroviamo in una One Fine Day, un buon brano, bello rotondo come piace a lui.
Amazon
