• Apr
    15
    1977

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A&M Records

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L’esordio artistico degli Stranglers cade in uno dei periodi più creativi e confusi del rock inglese. E’ la primavera del 1977: il ciclone punk sta sconvolgendo dalle fondamenta l’intera struttura del rock e si sta allargando a macchia d’olio fra i giovani della società inglese, ma è ancora lontano dall’affermarsi come genere di riferimento dominante nei gusti del pubblico e della critica, e pertanto convive con stili già affermati come il glam, il tardo prog, il pub rock, l’heavy metal, il garage. IV/Rattus Norvegicus, opera prima degli Stranglers, viene pubblicato il 15 aprile 1977 ed è subito – erroneamente – acclamato come un album appartenente al neonato movimento.

Formatisi nel 1974 su un nucleo comprendente Hugh Cornwell (voce, chitarra), Jean Jacques Burnel (basso, voce), Jet Black (batteria) e Dave Greenfield (tastiere), gli Stranglers esordirono con un sound affine al pub-rock, ma presto iniziarono ad esplorare fra una serie di tendenze collocabili fra art rock e rock gotico. Fu probabilmente a causa del loro tour britannico del 1976, in cui suonarono come spalla dei Ramones, che vennero inseriti nel ribollente calderone dei gruppi punk. Ma è vero anche il gruppo approfittò fin da subito dell’inaspettata propaganda, tanto che lo stesso Burnel dichiarava nelle interviste di sentirsi un “musicista punk”. Di fatto il nucleo centrale delle vicende riguardanti l’esordio discografico del gruppo sta tutto nella distanza fra la considerazione di cui furono oggetto da parte del pubblico e lo sforzo che lo stesso gruppo fece per assecondare questa percezione: in altre parole, il primo LP degli Stranglers era punk quanto lo potevano essere il primo dei Police, di Elvis Costello o di Graham Parker, tutti artisti che iniettavano la frenesia punk in stili solo parzialmente assimilabili (reggae, r’n’b, rockabilly), e sfruttavano abilmente la popolarità ma anche la confusione concettuale dei segni musicali che il nuovo filone si trascinava dietro. Dal punto di vista visivo e immaginario, le concessioni furono più semplici da compiere. La preferenza per il nero nei vestiti, le urla da licantropo di Cornwell e la sua passione per il gotico ottocentesco, persino le linee monolitiche del basso di Burnel, facevano già parte del milieu generico tanto del punk quanto della blank generation e, a ben vedere, precorrevano l’iconografia del dark. Anche l’occasionale anti-femminismo presente in alcune canzoni non era estraneo allo stesso mood, poiché rappresentava comunque un ritorno a tematiche antimoderniste.

Più complesso fu il discorso riguardante l’aspetto musicale. Sotto la produzione di Martin Rushent, già al lavoro con Petula Clark, T. Rex, ELP, Yes e Buzzcocks, il tono generale di Rattus Norvegicus (il nome scientifico del topo di fogna) è mediamente aggressivo ma senza avere la scarna essenzialità e la natura efferata e disperata del primissimo punk (l’eccezione è London Lady); anzi, le parti di chitarra di Cornwell sono guizzanti e levigate (Sometimes) e certo non disdegnano gli assoli da classico guitar hero (Princess Of The Street, un blues addirittura). Soprattutto le parti principali e i ruoli musicali preminenti sono affidati alle tastiere e al synth di Greenfield, che è il vero dominus del disco. Abile nel ricreare tanto le atmosfere da cerimoniale sinistro che il tono più leggero da music hall tipico dei Doors prima e seconda maniera, è Greenfield che marchia a fuoco i pezzi migliori (Peaches, Hanging Around, Down In The Sewer) conferendo loro un’aura di drammatica raffinatezza. Greenfield fa anche qualcosa di più complesso quando si esibisce al synth e all’organo (contrappuntato dal synth) nei riff magniloquenti di (Get A) Grip (On Yourself) e Ugly.

In retrospettiva, di punk vero e proprio ce n’è poco; rimangono le influenze dai già citati Doors, dai Blue Oyster Cult e dai Dr. Feelgood. A loro volta i primissimi Ultravox! e i Magazine debbono avere chiaramente orecchiato qualcosina. Fino al 1979, il gruppo assecondò le tendenze punk (i singoli Go Buddy Go, 5 Minutes e l’album No More Heroes), per ritornare all’art-rock manierato e convenzionale da The Raven in poi. L’unicità degli Stranglers sta nell’aver inventato uno stile che non ha eguali nel periodo, che il gruppo sfruttò fin quando fu possibile ma che ha il merito di precorrere anche concettualmente tutta l’estetica dark.

24 Maggio 2017
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