• Mar
    18
    2013

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Warner Music Group

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“Finish what you started”. Devono aver pensato questo, i Suede, quando hanno deciso di riprendere in mano (un po’ a sorpresa, visto che fino a tre anni fa non volevano saperne) la strepitosa avventura che li ha visti protagonisti indiscussi della stagione del brit-pop. Sembra ieri, ma sono passati vent’anni da quando Select mise in copertina un fiero e androgino Brett Anderson con una bandiera inglese sullo sfondo e un ambiguo sottotitolo “Yankee Go Home!“, e da quando il debut album, con un conturbante bacio saffico in copertina (un particolare di una foto di due donne sulla sedia a rotelle, tratta da Stolen Glances: Lesbians Take Photographs), lanciato da un hype con pochi eguali fino a quel momento, arrivò al primo posto dell’Album Chart britannica. La band dimostrò di non essere affatto un fuoco di paglia, tant’è che dopo quel folgorante debutto arrivarono il decadente Dog Man Star (amatissimo dai fan, seppur meno fortunato in classifica) e, dopo la fuoriuscita del chitarrista Bernard Butler – in seguito all’opera con il cantante David McAlmont e più di recente produttore di Duffy – un perfetto album pop come Coming Up. La tossicodipendenza e qualche scelta artistica non azzeccatissima spinse poi i ragazzi a una successiva virata electro-rock con la complicità di Steve Osborne (Head Music, che pure ha i suoi momenti) e, più tardi, all’insipido e sconclusionato A New Morning prodotto da Stephen Street. “We made one album too many“, dichiarò Brett Anderson quasi scusandosi con il pubblico, prima di recuperare il rapporto con Butler in Here Come The Tears (che per molti fu un’occasione sprecata) e pubblicare dischi solisti introversi, acquistati in verità solo dai fan più fedeli.

Eppure già con Black Rainbows, il quarto solo album di Brett, tornarono l’energia per anni sopita e il sorriso sulle labbra. Bloodsports, se fa differenza, la fa per la qualità ancora superiore delle canzoni: i Suede sono tornati in studio in gran forma, accompagnati dall’uomo che ha tirato fuori il meglio di loro nei primi tre dischi – quell’Ed Buller che pazientemente ha cestinato materiale ritenuto non adeguato e ha aiutato i cinque membri (c’è ancora Richard Oakes alla chitarra, reclutato diciassettenne dopo la dipartita di Bernard grazie a un annuncio, ed è tornato il tastierista Neil Codling) a ritrovare il feeling dei tempi andati. Sembra che il tempo non sia passato, anche se oggi Brett non è più il ragazzo tormentato che amava provocare sul palco a colpi di microfono sulle natiche. È forse più facile trovarlo in giro per i grandi magazzini londinesi in compagnia della moglie e del figlio, con un’eleganza ereditata da un altro dei suoi grandi role model (Bryan Ferry), piuttosto che immaginarlo ancora a trovare ispirazione sbirciando dal buco della serratura dei locali di peep show.

L’amore travalica le barriere e (cosa più importante) fa ritrovare l’ispirazione. Il buon giorno si è visto dal mattino con l’appetizer Barriers. Largo ai ritornelli epici, alle reminiscenze glam di cui la ricetta dei Suede è stata ricca fin dal primo giorno. Se è vero che Anderson negli ultimi anni ha amato i dischi degli Interpol, dei National e degli Horrors, è altrettanto palese che le principali fonti d’ispirazione restano per lui David Bowie (ma anche il padre spirituale di quest’ultimo, Scott Walker, e il discepolo Marc Almond nella sua veste più intima e crepuscolare) e, come lo definì Mark Simpson, “Saint” Morrissey. Oakes sforna un riff convincente dopo l’altro, ogni membro dà il proprio contributo alla causa e It Starts And Ends With You, il primo singolo estratto, è esattamente a metà strada tra Trash e New Generation. Proprio come la band aveva promesso.

Sabotage è un altro brano coi fiocchi, trait d’union tra certi Talk Talk (da sempre amati dal cantante) e gli Editors più pacati, mentre For The Strangers e Sometimes I Feel I’ll Float Away sono gli ennesimi, splendidi, inni all’amore per cui vale la pena combattere (anche se in copertina è la figura femminile ad avere la meglio, nel corpo a corpo raffigurato…), pronti per essere cantati a squarciagola. Hit Me è un altro richiamo esplicito ai tempi di Coming Up, quando invece What Are You Not Telling Me riporta alla desolazione del Brett solista, in questo caso evocativo e per nulla pedante.

Una semplice operazione nostalgia? Niente affatto: il tempo per le celebrazioni si è concluso tra antologie e ristampe, ora è tempo di ripartire. Bloodsports riporta i Suede nel firmamento dal quale, un po’ per colpa loro e un po’ per via delle mode che vanno e vengono, erano stati temporaneamente spazzati via. Questo è il disco che la band avrebbe dovuto consegnarci al posto di A New Morning undici anni fa. Non tutto è perduto, come si può ascoltare nelle nuove canzoni. Noi siamo ancora qui e non li abbiamo mai dimenticati. Welcome back, Suede.

11 Marzo 2013
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