• Mag
    01
    1993

Classic

Nude Records

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Nel 1973 era ammissibile che l’educazione sessuale di un adolescente, scombinata e farraginosa, avesse come tappa le vicende di un alieno in strass venuto da Marte. Difficile, tuttavia, pensare che questo potesse accadere vent’anni e molto pelo sullo stomaco dopo, con un’industria dello spettacolo ormai rotta a tutte le esperienze, per giunta in un periodo in cui nuovi spauracchi riportavano in auge vecchi tabù.

No, certamente nei primi anni 90 occorreva una buona dose di sospensione dell’incredulità perché le fantasie di Brett Anderson attecchissero presso il grande pubblico. Cionondimeno fu bellissimo farsi irretire dai suoi sospiri, gli ammiccamenti e le sue mossette androgine.

I Suede nacquero a Londra nei tardi 80s per volontà del singer e del bassista Matt Osman. Che fossero destinati a guardare tutti dall’alto fu chiaro da subito, se è vero che pure l’ex Smiths Mike Joyce, si presentò ai provini per diventarne il batterista. A decretarne la grandezza di fronte ad un pubblico alla forsennata ricerca dei nuovi Morrissey & Marr, fu l’alchimia creatasi tra teatralità decadente di Anderson e il chitarrismo fluente e straripante di Bernard Butler, una sorta di erede spirituale di Mick Ronson, nonchè un musicista che al riff ha sempre prediletto l’intarsio elettrico, il cesello minuzioso e irregolare.

Il ’92 fu il loro anno. Prima ancora che il singolo d’esordio toccasse gli scaffali, il Melody Maker dedicava loro la copertina. The Drowners, che avrebbe visto la luce a maggio, aveva un passo marziale e altero di una diva della rivista. Bastò tanto perché l’Inghilterra tutta si genuflettesse. Pochi mesi dopo Metal Mickey ne ripeteva il canovaccio con maggiore incisività, muovendosi al ritmo sculettante del singer, con un Butler intento ad assestare possenti sculacciate e un chorus che fungeva da inno da stadio per giovani in crisi d’identità sessuale.

Nel frattempo si era fatto il ’93 e mentre sulle riviste un Anderson atillatissimo chiudeva i conti con le felpe sformate e pantaloni baggy della generazione rave, Animal Nitrate anticipava l’album con un campionario di tentazioni che sfiorava pericolosamente temi tabù (“Now you’re over 21?” recita nel chorus, riferendosi all’età in cui legge ammetteva rapporti sessuali fra persone consenzienti). A rubare le scena, però, era ancora il riff stridulo e psichedelico che durante il breve solo, stritolava la melodia come un boa di struzzo. Fu a quel punto che anche i più smaliziati caddero trafitti al cospetto dei londinesi.

Personalmente giurai loro eterna fedeltà appena dopo aver ascoltato l’arpeggio adamantino e il singhiozzo di Brett nell’intro di So Young, brano che apre il loro primo e inestimabile album. Era come se il glam, che fino a quel momento sembrava una cosa lontana e polverosa, rialzasse la testa per mangiarsi in un boccone tutto l’understatement delle star dimesse d’oltreoceano. Fu un breve e travolgente momento di follia, in cui Anderson poteva permettersi di recitare versi come “Let’s chase the dragon“, senza rischiare di apparire ridicolo.

Suede è un album che ancor oggi, che le sue polveri purpuree si sono depositate e il suo odore acre si è disperso nell’aria, mostra tutto lo spessore a livello di composizione, esecuzione e fantasia degli arrangiamenti. Fieramente controverso a partire dalla cover, con i due esseri asessuati intenti a scambiarsi effusioni, è un viaggio al termine della notte delle virtù umane; un rito iniziatico ai piaceri proibiti, con le sue impervie accelerazioni, i suoi momenti catartici e le sue epifanie.

Su tutte quella di Pantomime Horse, ballad maestosa come una cattedrale barocca, cantata da una specie di Marlene Dietrich in acido e resa classica da un riff funereo di Butler che la suggella come una lapide. E’ il pinnacolo di un album che vive della dicotomia fra i momenti soffusi di Sleeping Pills e She’s Not Dead, in cui Anderson pare lisciarsi malinconicamente le piume, e gli scatti da diva di Hollywood in astinenza da barbiturici di Moving e Animal Lovers. Un tour de force fra temi rischiosi come tossicodipendenza e suicidio, su cui la band seppe muoversi felpata, determinando il clima al tempo stesso inebriante e gravido di decadenza che pervade ogni singola traccia.

Se ne esce vagheggiando su una vita dopo l’ineluttabile fine. “See you in your next life” cantava Anderson, nella prima di una serie di delicate closing song eseguite al pianoforte, pur sapendo che quello che sarebbe venuto dopo, per forza di cose, non avrebbe mai potuto essere eccitante come quello a cui avevamo assistito fin qui.

11 Maggio 2011
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