• set
    21
    2018

Album

Warner Bros. Records

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Ok, degli Suede così pomposi e magniloquenti probabilmente non li abbiamo mai sentiti ma la polpa rimane quella. Gli Suede sono gli Suede, e per nulla al mondo rinuncerebbero al grand guignol vocale del loro frontman, con rifforama chitarristico al seguito. Certo, mai avremmo pronosticato per Bret Anderson – ricordandocelo in vecchie interviste e comparsate TV, come la scena muta ad Help di Red Ronnie – una maturazione del genere, sia come performer su disco che come entertainer dal vivo e padre di famiglia.

Bret non è più l’anoressico glamrocker dei 90s che biascicava al microfono il suo astio per il rock d’oltremanica difendendo allo stremo accento e maniere british-Bowie: oggi è uno splendido cinquantenne che rivive i traumi e le difficoltà della pre e post adolescenza, osservandoli con gli occhi del figlio. È ciò che lui stesso racconta una recente intervista, così come sua è la definizione di quest’opera come qualcosa di «umido e problematico», e dell’Ora Blu come «quel momento del giorno in cui la luce si affievolisce e la notte si avvicina». Sono le affascinanti – e un po’ imboccate – premesse narrative di un’“opera” nel senso della vecchia cara rock opera – ascoltatevi l’opener As One – con i testi pensati come un’unica e (in questo caso) mai svelata narrazione e rimandi arrangiativi allo storico glam, ma anche a ciò che ne rimane nel presente (Muse). E chi dovesse averci sentito qualcosa della NWOBHM non ha sognato, dacché alla fin fine sempre alle locandine dei teatri del centro di Londra – e dunque a robe anche piuttosto kitsch come Phantom Of The Opera – ritorniamo. Sono queste le pièce che hanno influenzato generazioni di brit rocker (Sex Pistols e John Lydon compresi), e nel caso degli Suede questo si traduce in un album testualmente anche interessante (il punto di vista dell’adolescenza e dei suoi traumi, vecchio moloch della formazione) ma arrangiativamente ampolloso nelle pieghe più romantico gotiche (Chalk Circles), e un poco stanco sul lato “dell’epica dell’autocitazionismo” (Don’t Be Afraid If Nobody Loves You).

Ad aiutare la band, oltre al co-produttore Alan Moulder, gente esperta come il quinto Suede Neil Codling (co-writer e l’altro co-producer del disco) e il pluri-premiato compositore Craig Armstrong, quest’ultimo coinvolto già ai tempi di Coming Up e qui impiegato negli arrangiamenti della delicata e struggente The Invisibles. Soprattutto da segnalare c’è la presenza della Orchestra Filarmonica di Praga, coinvolta nelle registrazioni di tutti i brani e – volendo essere un tantino cattivi – a rinforzo e giustificativo di pathos. E questo per dire che a fronte di tanto e tale dispiegamento di mezzi, e mettiamoci pure le aspettative messe in campo dai protagonisti, il risultato è un disco che rinuncia all’aspetto immediatamente spendibile dei precedenti capitoli della trilogia (iniziata con Bloodsports e continuata Night Thoughts), promettendo un qualcosa in più che rimane disatteso. A parte il perdonabile autoplagio di Wastelands che si ricollega direttamente alla loro storica discografia, e in particolare al sopracitato Coming Up, pare sia stata spesa molta energia nel costruire un’atmosfera a questo disco, ma il più delle volte si tratta di professionale, impeccabile, orchestrato accompagnamento ai testi. E ricordiamoci che Anderson a febbraio ha pubblicato il libro autobiografico Coal Black Mornings.

Più i brani si complicano e più soffrono di vecchi difetti, pure di quelli storici del prog, come accade nel finalone Flytipping. A un certo punto, passando e ripassando il disco, non importa più quel che accade prima e dopo l’inevitabile singalong – ascoltatevi Cold Hands – perché tutto sembra rientrare in una tautologica melodrammaticità strappata da quegli slanci al cielo che sono da sempre delizia più che croce del marchio Suede. Sarà che il troppo stroppia, ma qui veramente ai fan è richiesto un atto di fede. Tutti coloro che non sono disposti a farlo, lascino l’ascolto ancor prima di iniziarlo.

24 Settembre 2018
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