• Mar
    30
    2015

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Asthmatic Kitty Records

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Dopo aver inaugurato il decennio con l’immaginifico The Age Of Adz, quella carrellata di scenografie esuberanti che sembrava voler esorcizzare l’abbondanza caotica di segni in un caleidoscopio popadelico, e rubricata la scappatella sintetica nel side-project Sisyphus dello scorso anno, mi chiedevo cosa avrei dovuto ancora attendermi da Sufjan Stevens. Stiamo parlando di un musicista in circolazione da ormai quindici anni, sul punto di compierne quaranta (lo farà il primo luglio), con non molti dischi alle spalle ma quasi tutti degni di rilievo. Insomma, mi sembrava lecito chiedermi se uno dei più significativi nomi del pop-folk-rock del nuovo secolo non avesse esaurito il percorso creativo e – in poche parole – già dato il meglio di sé.

Sinceramente, non mi aspettavo che a questo punto il buon Sufjan potesse rilanciare, e di sicuro non nei termini messi sul piatto da Carrie & Lowell. Non avevo fatto i conti, cioè, con la possibilità che utilizzasse tutto il percorso compiuto finora come una specie di premessa per ridefinire la coincidenza tra espressione e vita. L’antefatto è la morte della madre, avvenuta nel 2012. Da cui questa raccolta di ballate intime, dolenti, talora strutturate su bozzetti a bassa fedeltà (riporto dai credits: “some tracks were also recorded on an iPhone in a hotel room in Klamath Falls, Oregon“). Undici ballate folk a luci basse: come possono sembrare tanto importanti? Al di là della palpabile forza melodica, del carico emotivo che le attraversa, Stevens ha saputo conferire loro una forma straordinaria.

Tutto suona come se avvenisse al di là delle macerie dell’overdose mediatica, come un presente che si traveste da passato tentando di replicarne la stringente aderenza al quotidiano. Non si tratta di nostalgia, si tratta di ripensare tutto senza tenere fuori nulla, raccogliere le eredità di un percorso che è andato oltre ma solo per recuperare purezza e intensità. E’ un tornare quindi al punto di partenza, portandosi dietro le scorie, l’usura e la visione del viaggio. Il raddoppio vocale sistematico, le chitarre frugali, il piano come un carillon afflitto, le pennellate caute di tastiere, i cori che sembrano sgocciolare da un Eden esausto: non c’è autenticità, è artificio. Ma è reale, concreto, come il dolore appunto che riempe ognuno di questi pezzi con diverse gradazioni di tenerezza e acidità.

Dovendo scegliere  le canzoni migliori, potremmo indicare una Should Have Known Better che si aggira tra ombre spigolose come un Will Oldham irretito Nick Drake, la title track che spedisce Simon & Garfunkel nella centrifuga tra contemporaneo ed antico dei The Books, quella All of Me Wants All of You che liofilizza il lirismo estatico dei Sigur Ròs e una No Shade in the Shadow of the Cross dalle vibrazioni gospel assieme dure e fiabesche. Ma non c’è davvero una traccia debole o inutile in un disco che si disimpegna nel fall out della disperazione, quest’ultima metabolizzata perché raccontata, una narrazione che prevede parole fin dove possono. Quando non riescono (più), avviene come un tuffo in una visione sonora intima e verginosa, edenica e infernale, come nella struggente coda della conclusiva Blue Bucket of Gold.

Se The Age Of Adz ha rappresentato la summa delle possibilità e degli azzardi di dieci anni di carriera, questo Carrie & Lowell ne è la conseguenza inattesa ma in qualche modo naturale. La migliore possibile.

23 Marzo 2015
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