Recensioni
Sufjan Stevens
Greetings From Michigan, The Great Lake State
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Edoardo Bridda
- 1 Gennaio 2003

Reduce da un buon lavoro elektro e glitch – Enjoy Your Rabbit – e un debutto su quattro piste dal taglio pan-etnico – A Sun Came -, Sufjan Stevens non può certo essere etichettato un musicista monotono o carente d’aperture verso le suggestioni più disparate. In questo nuovo lavoro, il cantautore e poli-strumentista, ritorna sulla lunga distanza giocandosi la carta della classicità. Greetings From Michigan: The Great Lakes State è il primo di una serie d’album che dovrebbero toccare tutti gli Stati americani, un progetto ambizioso dal dubbio futuro ma, di certo, un primo tassello che non mancherà d’ammaliare l’ascoltatore grazie ad un sobrio pop per piccolo ensamble che consta d’accurate, quanto calibrate, trame per fiati (oboe e corno) banjo, piano, xilofono, chitarra e percussioni.
La durata di più d’un ora dell’album, propone: sobrietà a la Tin Pan Alley, orchestrazioni degne d’un Van Dyke Parks, fino a lambire il jazz e l’easy listening, il tutto senza dimenticare la lezione stereolabiana e o’rourchiana, che s’inserisce indolore nel ventre delle composizioni. Per quanto riguarda il songwriting, Sufjan scrive di fatti quotidiani, di emozioni, delle piccole cose della vita belle e brutte, cantando in un registro sempre sognante, venato di una leggera malinconia, caratteristiche che devono molto ai classici Bacharach & Costello e ai contemporanei Franklin Bruno o Patrick Phelan. Le liriche, comunque, sono pensate per favorire al massimo gli arrangiamenti, i quali dipingono forme aggraziate dagli andamenti aerei, ricche di sfumature e colori e leggiadri.
Quelle di Greetings sono composizioni come non se ne vedeva da tempo: mai troppo dolci, ora con atmosfere quasi natalizie, ora intime e ricche di calori e sapori di casa. È un album fuori dal mucchio quello di Sufjan, del tutto svincolato sia dalla coda catastrofica di un certo post-rock (cantato), sia dal dalla cosiddetta scena “anti-folk” newyorchese, su cui si è concentrata la stampa musicale negli ultimi tre anni, anche se è doveroso aggiungere che il lavoro di maniere qui svolto potrebbe assumere un retrogusto di cicagoiana memoria (nota extramusicale: la windy city s’affaccia anche geograficamente allo Stato del Michigan, visto che si trova sul lato opposto del grande lago), tuttavia è soltanto un piccolo alito, giusto una postilla che il critico appone per chiarire ogni possibile sorpresa.
Di certo, non è il caso di Holland, una ballata tra le più dolci e trasognate del lotto, che omaggia altresì la cittadina che ha visto nascere il primo gruppo del cantautore, i Marzuki, ma di Detroit, Lift Up Your Weary… che ricorda tanto il jazz-rock totale zappiano quanto i Sea and the Cake. Un passato omaggiato ma mai retrò dunque, il suggello del gusto di Sufjan, un buon alchimista in grado di svincolarsi dalle vesti e dai protocolli che fanno scattare i soliti abbecedari di riferimenti nell’ascoltatore (e soprattutto nel critico!).
Il resto dell’album altalena tra ballate, dove spesso sono banjo e chitarra a strutturare la melodia, a brani più strumentati: tra i primi troviamo le deliziose Say Yes! To Michigan! e Sleeping Bear, Sault Saint Marie con i fiati appena spolverati di jazz e l’infinita (9 minuti) Oh God, Where Are You Now? Tutti accomunati da un canto spesso a due voci tra Stevens e Megan Smith (della Danielson Famile); tra i secondi, la già citata Detroit, Lift Up Your Weary…, all Good Naysayers, Speak Up! Or Forever Hold Your Peace! e They Also Mourn Who Do Not Wear Black, quest’ultimi due con chiari richiami Stereolab.
Tahquamenon Falls e Alanson, Crooked River, infine, rappresentano degli intermezzi interessanti, dove le pioggerelline disegnate dagli xilofoni evocano alcune delle strenne dei Mercury Rev. Unico difetto, sempre se come tale viene percepito, è rappresentato l’intonazione delle liriche: che parlino di qualcuno che ha perso la casa come di quant’è bello il Grande Lago, l’emozione trasmessa risulta la stessa, dunque, la voce del cantante non sembra ancora abbastanza variegata o adatta al contesto in alcuni casi. Comunque è un gran bel lavoro.
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