Recensioni

Non possiamo dirci sorpresi da Sufjan Stevens. Farlo significherebbe presupporre un ambito circoscritto in cui il ragazzo di Detroit è atteso a muoversi, quando è sufficiente un’occhiata alla sua discografia per capire che tracciargli intorno un qualsiasi perimetro tematico o stilistico è, come dire, operazione inutile o – peggio – fuorviante.
Questo Aporia, concepito “nei ritagli di tempo” assieme al patrigno Lowell Brams (nota per i distratti: sì, è lui, quello di Carrie & Lowell, nonché co-fondatore con Sufjan della Asthmatic Kitty) fa quindi ciò che ci si attende, ovvero sorprende, esplora territori inconsueti. Il punto casomai è valutare il senso di questa esplorazione. Nella fattispecie, il gioco è del tutto scoperto: nel presentare le venti tracce – tutte strumentali, a parte una breve parte cantata in The Runaround – la ditta Sufjan & Lowell ha preparato una lista (anzi: una vera e propria playlist su Spotify) con gli artisti a cui si sono ispirati. Parliamo di nomi quali Peter Gabriel, Vangelis, Cocteau Twins, Julianna Barwick, Mike Oldfield, Boards Of Canada, Tim Hecker, Colin Stetson, Mort Garson e Mouse On Mars.
Una pacchia, per il recensore, non doversi cimentare nel consueto “guess who?” delle influenze. Al più, alla prova dell’ascolto, si potrà indicare quale “ingrediente” sembri apparire in dosaggio maggiore: per quanto mi riguarda, barrerei le caselle di Vangelis, dei Cocteau Twins, del Gabriel altezza Passion per certe trame nebulose, di Oldfield per la baldanza posterizzata, dei Mouse On Mars (giusto un pizzico) per la componente ritmica cibernetica. Mi permetterei inoltre di aggiungere la visione più eterea che cosmica di un Terry Riley, il che conduce in territorio Eno, anche se è un’affinità tutto sommato marginale.
Forse a questo punto lo avrete capito: nel suo prodigarsi attraverso traiettorie, intrecci, patchwork e, insomma, avventure stilistiche esotiche, cardiache e cerebrali, a questo giro Sufjan è incappato in una parentesi abbastanza didascalica (lo era già, a mio avviso, quel Planetarium frutto della complicità con Bryce Dessner, Nico Muhly e James McAlister). Non lo definirei, come è stato detto, il suo album “new age”, ma è palpabile la sensazione che assieme al patrigno abbia voluto portare allo scoperto la passione per scenari fantasy/fantascientifici che da sempre pervade i margini delle sue canzoni. Il risultato è questa specie di soundtrack assieme cosmica e pneumatica, frutto dal gusto più metodico che ossessionato, più erudito che illuminato, più algebrico che ispirato. È un limite su cui, ahimé, i cromatismi spacey e le timbriche vetrose, pur gradevoli e a tratti assai suggestivi, finiscono per smorzarsi.
D’altro canto, non si può ignorare che questo disco esce – suo malgrado – in giorni che prevedono isolamento o, se preferite, contenimento, che assieme a una strisciante claustrofobia induce una febbre di escapismo, tanto più intensa quanto più consapevole dell’impossibilità di ogni fuga. Perciò, ecco che l’aporia del titolo trova un curioso riflesso in questa contraddizione esistenziale (che ci auguriamo breve), e tutto sembra tornare, aggiustarsi in un alveo che giustifica l’operazione, rendendola mimetica allo spirito dei tempi. Se un decennio fa The Age Of Adz apriva gli anni Dieci nel segno di un eclettismo spumeggiante, specchio dell’eccesso (dell’euforia) di segni, segnali e intrerconnessioni provocati dalla sempre più montante onda del web, e se Carrie & Lowell implodeva nel recupero del momento biografico come gesto fondamentale di esistenza, questo interlocutorio Aporia può rappresentare la parentesi stagnante in cui l’estetica prevale sulla sostanza, sublima ogni possibile senso nel farsi matematico di un suono che, simulando il viaggio oltre i limiti terreni, rimane immobile. In attesa che il tempo torni a scorrere, a farsi vita.
Amazon
