• Ott
    01
    2005

Album

Rough Trade

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Sufjan Stevens riprende il suo viaggio tra gli stati americani, arricchendo il suo excursus di una seconda, cruciale, tappa. Partito nel 2003 dal Michigan, varca questa volta i confini dell’Illinois, raccontandone la storia, i personaggi e il carattere, con la verve del cantastorie post moderno. Sempre in bilico tra bozzettismo acustico e vocazione alla magniloquenza, questa volta il Nostro propende decisamente per la seconda strada, consegnando alle stampe un disco che “pesa” (e chi lo conosce lo sa) innanzitutto in termini di minutaggio (22 tracce per 70 minuti di musica) e che si caratterizza per una capillare e minuziosa raccolta di dettagli.

Il fantasioso e fragoroso barocchismo del nuovo lavoro risulta frastornante, soprattutto se lo si mette a confronto con il minimalismo acustico del precedente Seven Swans. Laddove li era tutto raccolto, qui l’intento di allestire una piccola opera da palcoscenico viene denunciato già dal sottotitolo. C’è di tutto in Illinois e il carattere multiforme delle composizioni riprende ed enfatizza quanto già mostrato in Michigan. Momenti più raccolti, in cui il Nostro rispolvera banjo e chitarra acustica, viaggiano fianco a fianco ad ariose sortite pop coadiuvate dall’Illinoisemaker Choir, quartetto di voci femminili, che marchia a fuoco le melodie.

Il geniale lavorio melodico del Nostro tocca qui probabilmente il suo apice. Chicago è una irresistibile marcia condotta sui binari ariosi degli archi e delle voci, una piccola lezione di pop song. Jacksonville e Decatur sono classici country cantautorali un pò Neil Young e un po’ Dock Boggs; The Man of Metropolis ha la verve rumorosa e sbarazzina di una canzone degli Eels e They are Zombies… si disegna piano piano con strumentazioni peculiarmente sixties. Non c’è fine alla creatività degli arrangiamenti. Padrone della scena e deus ex machina del suo piccolo mondo, Sufjan Stevens si concede alla ricerca stilistica e non si lascia sfuggire la possibilità di sottolineare utilmente i passaggi melodici, con rapide frasi di piano in John Wayne Gacy, Jr. (dedicata alle vittime del celebre serial killer) o con intense e morriconiane voci, che acutizzano la drammaticità di The Seer’s Tower.

Altrove richiama il Jim O’Rourke più sofisticato e si lancia in aggraziati pattern ripetitivi alla maniera di Steve Reich nella conclusiva Out of Egypt…. L’impianto testuale del disco non è meno complesso. Pieno di riferimenti e personaggi storici, che vanno da Abraham Lincoln a Carl Sandburg, passando per Frank Lloyd Wright e il Superman che la DC Comics ha intimato di togliere dalla cover, dopo la prima tiratura di stampa.

E’ fin troppo facile, a questo punto, considerare Illinois come il disco della svolta, quello che secondo i bravi critici e commentatori, può essere etichettato come “il lavoro della maturità”. Sufjan Stevens, nel giro di appena sei anni, ha dimostrato di essere un autore spiazzante e pieno di un talento febbrile e fuori dal comune. Dopo aver ascoltato Illinois, c’è quasi da crederci che riuscirà a completare l’opera magna dei 50 dischi.

1 Novembre 2005
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Sufjan Stevens

Sufjan Stevens Invites You To: Come On Feel The Illinoise

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